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  • Quando eravamo fratelli

    Diretto da Jeremiah Zagar

    Data di uscita: 16-05-2019

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È arrivato nei cinema italiani il 16 maggio distribuito da I Wonder Pictures “Quando eravamo fratelli” (“We, the Animals“) di Jeremiah Zagar, premiato al Sundance 2018 e passato poi al bolognese Biografilm.

Tratto dal romanzo d’esordio “Noi, gli animali” di Justin Torres (in Italia con Bompiani), “Quando eravamo fratelli” è un racconto di formazione impressionistico che vede protagonista Jonah (l’esordiente Evan Rosado): dieci anni appena compiuti, un rapporto simbiotico con i fratelli maggiori e una coppia di genitori (convincenti e naturalissime le interpretazioni di Raul Castillo e soprattutto di Sheila Vand) distratti da grosse difficoltà relazionali ed economiche.

I tre ragazzini vivono quindi come animaletti, rubano cibo in giro quando la madre sta troppo male mentalmente per occuparsi di loro, soffrono per le assenze del padre e gestiscono a fatica il carico emotivo che l’ambiente familiare impone loro. I pensieri di Jonah, il più introverso del trio, trovano uno sfogo grazie alle pagine di un diario segreto scritto e disegnato furiosamente, a cui il film dà forma visiva con le animazioni di Mark Samsonovich.

La regia di Jeremiah Zagar appesantisce le scene con una ricerca della bella immagine a volte stucchevole, mirata a cogliere le sensazioni piuttosto che le azioni; qualcuno lo ha accostato per questo all’estetica di Terrence Malick, ma l’impianto teorico di Zagar è del tutto diverso, decisamente più terreno, e paragonabile semmai ad alcuni filmmaker sperimentali americani (Azazel Jacobs, Barbara Hammer, Chris Sullivan), per l’utilizzo di materiali eterogenei e la commistione tra vita vera e finzione cinematografica: “Quando eravamo fratelli” è girato in pellicola 16mm e comprende brevi estratti di home movies (il neonato che vediamo nel flashback del parto è il figlio di Zagar, che tra l’altro aveva dedicato il documentario d’esordio “In a Dream”, del 2008, ai suoi genitori), oltre alle già citate animazioni.

Questo apparato visivo un po’ pesante non impedisce però al regista e allo sceneggiatore Daniel Kitrosser di condurre con lucidità il racconto verso una conclusione inevitabile e sensata, che rimette parzialmente in prospettiva anche l’eccesso di lirismo: l’incanto luminoso di certi momenti è infatti consapevolmente falsato, ed esiste solo negli occhi del bambino che lo percepisce come tale perché non conosce altro.

Negli anni dell’infanzia non esiste posto più bello della propria casa, né viso più dolce di quello dei propri genitori. Il bambino non possiede le parole per dire il mondo che lo circonda, né per dire se stesso, ma le apprende a poco a poco dagli adulti. Quando la crescita apre lo sguardo verso altri luoghi e sposta il desiderio verso altri volti, il bambino inizia a camminare – da solo – verso l’età adulta e sceglierà – da solo – le parole per definirsi. «Il film, così come il libro – spiega Zagar nelle note di regia – inizia con Jonah che parla di sé con un ‘noi’, ma una volta finita la sua storia quel ‘noi’ è diventato un ‘io’. Ed è un ‘io’ pieno di solitudine».

Il discorso sull’identità di Jonah si arricchisce poi di un accenno alla scoperta della sessualità, che segna un ulteriore punto di diversità e distacco rispetto ai fratelli e a ciò che nel suo piccolo mondo è considerato normale: «Queer kids often telegraph the very thing they’re trying to hide; the thing they struggle to suppress, to ignore», scrive il critico Manuel Betancourt in un delicato articolo sulla «queer childhood» di Jonah e di chiunque possa riconoscervisi.

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