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Quando il cinema è un’ossessione

Rilanciare un genere. Questo l’ambizioso progetto di Stefano Bessoni, che con “Imago Mortis” firma la sua prima regia, dopo anni di collaborazioni come assistente, sceneggiatore e illustratore. Sulla scia del successo del cinema horror spagnolo degli ultimi anni, Bessoni ha ottenuto il via libera per la sua ghost story, in una coproduzione con Spagna e Irlanda. All’anteprima stampa a Roma, abbiamo incontrato il regista, la produttrice Sonia Raule per Pixstar, e gli interpreti principali: Alberto Amarilla, insieme a figlia e nipote d’arte Geraldine e Oona Chaplin.

Com’è nato questo progetto, che mette le mani su un genere ormai in disuso in Italia? Bisogna per forza rivolgersi alla Spagna per fare un horror?
Stefano Bessoni: Tutto nasce dalla mia passione per questo genere. Effettivamente in Italia mi sono sempre trovato in difficoltà a proporre le mie storie. Poi ho incontrato Sonia Raule, che ha creduto in me, e in due anni siamo riusciti a mettere su il progetto che coltivavo da anni. Quello che tento di fare è rilanciare un genere, proprio come è successo in Spagna.

Sonia Raule: L’horror è un genere che ho sempre amato e che ha attraversato tutta la storia del cinema, che infatti viene citata nel film. Credevo molto in questo progetto e il risultato mi ha soddisfatta.

Geraldine Chaplin non è nuova al genere. L’abbiamo vista lo scorso anno in “The Orphanage”. Perché negli ultimi tempi ha privilegiato l’horror?
Mi è piaciuta molto la sceneggiatura. L’ossessione per la cattura delle immagini è un tema affascinante e commovente. Così come l’ossessione umana per il momento della morte. Io sono sempre stata spaventata dalla tecnica fotografica: è come un furto, come rubare l’anima di qualcuno. Figuriamoci quindi fotografare il momento della morte!

Bessoni, quanto c’è di vero e quanto di fantasia nella sua storia?
Di fantasia c’è tanto, perché la tecnica della rilevazione delle immagini sulla retina è immaginaria. Però in passato sono stati fatti studi al riguardo: nel 1600 Athanasius Kircher è esistito veramente, e conduceva degli esperimenti sulla cattura delle immagini, analizzando quello che era l’unico obiettivo possibile, l’occhio umano.

Oona Chaplin, era più spaventata dal copione o dall’idea di lavorare con sua madre? È vero che il vostro incontro sul set è stato casuale?
Sì, assolutamente. Stefano mi ha contattato e io ho accettato la parte. In seguito ho scoperto che anche mia madre faceva parte del cast. E la cosa più buffa è che Stefano non sapeva che fossimo madre e figlia!

Che cos’è il cinema per voi? Cosa sareste disposti a fare pur di continuare a fare cinema?
Stefano Bessoni: Per me il cinema è un’ossessione. Mi identifico totalmente con il personaggio del mio film, il professore soprannominato Caligari. Sarei pronto a tutto pur di fare cinema. E il fenomeno degli snuff movie ci dimostra che questa ossessione non è solo una metafora.

Alberto Amarilla: Per me il cinema è qualcosa di ambivalente. Realtà e finzione, normalità e follia. E trovo che questa ambivalenza sia resa molto bene nel personaggio che interpreto, un ragazzo in crisi di identità che cerca nella fotografia e nel cinema la soluzione ai suoi tormenti. Lavorare con Stefano Bessoni è stata un’esperienza affascinante: guardando e studiando lui ho capito chi era Bruno, il mio personaggio.

Oona Chaplin: È molto bella la definizione del cinema come ossessione. Io credo addirittura che per fare cinema sia indispensabile esserne ossessionati. Non basta volerlo. Solo se hai veramente un bisogno profondo riuscirai in questo campo.

Geraldine, qual’ è stato il più grande insegnamento che le ha lasciato suo padre? E cosa lei ha cercato di insegnare a sua figlia?
La lezione più importante che ho appreso da mio padre è stata imparare ad apprezzare il lavoro duro. Lui non aveva rispetto per il talento, ma per il lavoro e la dedizione sì.
A mia figlia ho detto subito che se voleva fare questo mestiere doveva imparare ad accettare il rifiuto. Essere capace di mantenere una forte sensibilità, ma accettare i mille rifiuti e i fallimenti che tutti gli attori prima o poi affrontano, senza suicidarsi. È un equilibrio molto difficile da mantenere.

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