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Quando la diversità è sinonimo di unicità

Un ragazzo, Adam, affetto dalla sindrome di Asperger e rintanatosi ancora di più nella sua solitudine dopo la morte del padre. Una ragazza, Beth, scrittrice di libri per bambini e novella maestra d’asilo con problemi familiari.
L’incontro tra i due sconvolgerà, ovviamente, la vita di entrambi.

Sono giovani, sono insicuri, sono instabili, sono come quasi tutti gli uomini e le donne della loro età i due protagonisti di “Adam”. Solo che, in più, hanno delle caratteristiche davvero uniche e speciali.
A cominciare da lui che, a causa della sua malattia, non riesce a comprendere le dinamiche basilari dei comportamenti umani, delle interazioni sociali, del vivere comune. Il suo unico amico, dopo la morte del padre, è un uomo di mezza età semplice e gioviale che cerca di indirizzarlo verso una vita “normale”, anche se poi tramite gli occhi dello stesso protagonista, è proprio questo tipo di vita convenzionale e predeterminata ad essere in qualche modo spogliata dei suoi falsi luccichii.

Lei, invece, ha bisogno di stabilità e sicurezza, dopo una storia d’amore andata male a causa dei tradimenti di lui. E invece quello che il destino e il futuro le hanno riservato sono l’incontro con questo ragazzo molto particolare e difficile, ma al tempo stesso dolcissimo e intelligentissimo, e una baruffa legale, e non solo, che coinvolgerà i suoi genitori.

Gli elementi per il racconto di una bella storia d’amore ci sono tutti. E il bello di “Adam” è proprio la descrizione della nascita e della crescita di questo rapporto segnato sin dall’inizio dalle difficoltà e dagli ostacoli. Un racconto semplice, ma al tempo stesso toccante ed emozionante, soprattutto se si è particolarmente sensibili alla tematica di fondo, e cioè alla possibilità di amare e di essere amati anche di chi non è assimilabile all’imperante modo di comportarsi, ma ha una sua personalità e soprattutto il diritto di esprimersi in tutta la sua interezza, anche dal punto di vista sentimentale.

Con uno stile tipicamente “indie”, fatto di semplicità e leggerezza, con una colonna sonora molto presente a sottolineare tutti i passaggi della narrazione, il film risulta essere piacevole e godibile nel suo mantenersi, fino ad un certo punto, perfettamente in equilibrio tra i drammi esistenziali e i momenti di felicità vissuti da Adam e Beth. In più, viene trattato un tema alquanto spinoso e delicato come quello della malattia del protagonista, in maniera per niente retorica o ruffiana, giocando, anzi, ironicamente e delicatamente con i comportamenti “assurdi” del ragazzo.

Peccato però che poi si calchi un po’ troppo sul melodramma familiare di Beth e sull’altrettanto drammatico risvolto sentimentale della coppia, con l’inevitabile separazione accompagnata da note e immagini quasi strappalacrime (la notte innevata, il protagonista che corre a casa della donzella con un mazzo di fiori per chiederle scusa e via dicendo): un cambiamento di registro che non giova molto all’equilibrio narrativo.

Ciò che rimane, comunque, sono le perfette e coinvolgenti interpretazioni di Rose Byrne e Hugh Dancy e l’emozione di un finale molto poetico e significativo.

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