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Quando si gioca con la proprietà

Ricordo quando ero un bambino. Poco più di sei anni, disoccupato, disteso sul tappeto di casa, cercavo un impegno tra i giochi sparsi sul pavimento. In quei frangenti, mia sorella non non mi faceva usare i suoi giocattoli. Anche quelli che non usava più. Era il concetto di proprietà che mia madre, pur con le sue aspirazioni comuniste (“Non voglio sentirvi dire “Questo è mio, questo è tuo”!”) non riuscì mai ad inculcarci.
Una sindrome di Pascal (diceva il filoso francese: “Questo è mio, questo è tuo: ecco l’inizio dell’usurpazione del mondo“) che colpisce già dalla tenera età ogni uomo. E poi prosegue per il resto della vita. Anche su internet.

Qualche mese fa, il Tribunale di Roma ha ordinato a YouTube di rimuovere tutti i video della trasmissione “Il Grande Fratello” caricati dai propri utenti senza autorizzazione. Ed ora Big G teme che venga accolta anche la seconda parte della richiesta dell’emittente televisiva: un risarcimento da 500 milioni di euro.

Non si sa mai cosa ci si può aspettare dai giudici italiani, avranno pensato i dirigenti di Mountain View. Così, lo scorso 12 novembre è scattata la retata!
È avvenuto tutto in una notte: decine e decine di video prelevati da trasmissioni Mediaset, programmi sportivi e reality caricati dagli utenti su YouTube sono misteriosamente scomparsi. YouTube li ha cancellati per evitare ulteriori problemi con la televisione berlusconiana.

Tra loro però è finito anche il canale video del gruppo torinese “Powerillusi” (“PoweraTV“). Chiuso definitivamente.
I Powerillusi avevano inserito diverse apparizioni in TV, rese disponibili ai propri fans.
Delusione perché, come dicono i Powerillusi – Poveri illusi! -, Mediaset non li aveva mai pagati per le loro apparizioni. Nemmeno un rimborso spese.
Insieme a questi filmati, ne hanno fatto le spese anche i videoclip autoprodotti – e quindi perfettamente legali - e i concerti della band, diventati di colpo irreperibili, non solo su YouTube, ma anche su tutti i siti e blog. Chiusa anche l’email.

Questo mi è servito per capire due cose.
Innanzitutto, che da oggi i Powerillusi saranno una band di culto, perché la scarsità fa sempre aumentare il valore di un prodotto. Ci sarebbe quasi da pagare un compenso a Mediaset, per questo!
In secondo luogo che,in tempi insospettabili, mia sorella, quando mi impediva di giocare con i suoi pupazzi, manifestava ambizioni da Presidente del Consiglio.

L’impressione che ci si fa dello stato attuale della rete è che ci si sta appropriando di un mercato ancora vergine e senza regole. E chi sta giocando ad asso piglia tutto sono i soliti potenti. Un po’ come nel vecchio far west. Vince chi prima arriva e più è armato!

Cosa dispone la legge? Ma che domande: lo sappiamo benissimo che la legge può prevedere tutto e il contrario di tutto, a seconda da quale parte si legge.

Potremmo allora dire che c’è un copyright in capo a Mediaset e questo le attribuisce il diritto di sfruttamento economico delle sue opere, che nessun altro può usurpare.
Ma potremmo anche dire che i Powerillusi hanno rispettato il diritto “di citazione”. Nel loro caso, così come in molti simili, si è agito come si fa con le note a pié pagina di un libro. Perché, ad essere caricata su YouTube non è stata tutta la trasmissione, ma solo uno spezzone, così come una citazione riporta di norma solo un pensiero di un autore e non un’intera pubblicazione. È stato anche rispettato l’obbligo di inserire l’autore della citazione: infatti, il logo della rete televisiva era sempre impresso sul margine del video caricato. Proprio come con l’indicazione dell’autore di un testo riportato tra virgolette! Se è possibile coi libri, perché non dovrebbe esserlo anche con i video? Chi mai si sognerebbe di chiedere un risarcimento per il fatto di essere inserito nella bibliografia di un testo universitario?

Potremmo dire che YouTube ha piena proprietà sui suoi server e quindi può inserire e togliere dai propri archivi quello che vuole, con buona pace degli utenti, che peraltro hanno accettato le condizioni di contratto.
Ma potremmo anche sostenere che c’è una libertà di espressione, costituzionalmente garantita, che non può essere compressa da leggi ordinarie a tutela della proprietà individuale. E quindi, che, essendo ormai la televisione un mezzo di veicolazione del pensiero collettivo, essa non deve risolversi in uno strumento a vantaggio solo di interessi economici personali.
Faccio un esempio. L’altro giorno un amico mi ha fatto notare che uno dei miei articoli era stato inserito nella rassegna stampa di un nota società a rilievo pubblico. Dovrei fare causa a quest’ultimo o, invece, rallegrarmi per la diffusione del mio pensiero?

Potremmo ricordare che chi partecipa ad una trasmissione firma una liberatoria, in cui cede i diritti di sfruttamento della propria immagine.
Ma potremmo anche ritenere che, essendo il nome e l’immagine diritti indisponibili, il titolare del diritto resta pur sempre libero di co-utilizzare la propria figura, anche laddove ne abbia ceduto lo sfruttamento economico a terzi.

Non è quindi un problema di cosa prevede la legge, ma di come la si interpreta.

In ultimo, è bene sottolineare che, nei fatti, l’utente non riceve nessun lucro dal condividere un video con la propria immagine “rubata” al palinsesto di una trasmissione televisiva. Lo fa solo per un proprio curriculum vitae. Ma questo a Mediaset non interessa. La vera ragione sottesa dietro la retata della scorsa notte è un’altra ed è sempre di carattere economico: all’indomani del lancio di www.video.mediaset.it (il nuovo portale in cui è possibile vedere tutto il palinsesto Mediaset dei giorni precedenti), YouTube toglierebbe utenza alla concorrente, e quindi anche i proventi della pubblicità.

Ma dovremmo anche spiegare a YouTube che la censura non ha mai fatto bene ad internet e, in un mercato con così tanta scelta, dove ormai la condivisione è ineliminabile, una notizia del genere può far migrare milioni di utenti da un portale ad un altro, con la facilità con cui trascorre una notte.

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