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Quando ti ammazzi e nessuno lo capisce

Psicosi delle 4 e 48, così l’Einaudi ha tradotto “4.48 Psychosis” di Sarah Kane in scena al Teatro Libero di Milano per opera di Elena Arvigo: un atto unico che può risultare idiota o toccante a seconda di chi lo mette in scena. Duole dire che la rappresentazione di Arvigo lo fa passare per abbastanza stupido. Forse, non so, non sono un’attrice, si dovrebbe aver pensato seriamente al suicidio per poterlo mettere in scena. E Arvigo non ha mai pensato al suicidio, o, almeno, è ciò che pensavo io mentre lei era in scena e faceva tutte le cose stereotipate che una donna sofferente deve fare: si sporcava con la terra, camminava a piedi nudi, vorticava gli occhi, faceva la voce rotta, urlava all’improvviso, cadeva o si rannicchiava. E che palle, pensavo io.

È un testo difficile, la Kane vuole vivere, ma è scoraggiata, sa che non può vivere oltre. Non ha motivi per morire, solo considera che il suo corpo e la sua anima non funzionano più. Quindi già per questo l’immagine che si ha è stralunata. Oltretutto Kane ripete ossessivamente formule e espressioni, e fa a volte due parti: se stessa e lo psichiatra di cui è innamorata.

Dice frasi toccanti: «una coscienza antica abita dentro una buia sala da banchetti accanto al soffitto di una mente il cui pavimento si muove come diecimila scarafaggi quando entra un raggio di luce non appena tutti i pensieri riuniscono in un attimo di accordo un corpo che non espelle più nulla gli scarafaggi comprendono una verità che nessuno osa nominare».
Arvigo pronuncia questa frase a macchinetta, velocissima, come è scritta: senza punteggiatura. Distruggendola e impedendo al pubblico di coglierne la bellezza. Altre parti sono sciocche, prevedibili: come quando si ripete frustare spremere colpire bruciare tremare sfiorare ondeggiare in ordini diversi. Purtroppo, Arvigo recita le parole come una cantilena, anche qui svuotandole di senso. Una parte, poi, sul perché Kane aveva scelto di farsi curare, è stata tagliata.

L’esperimento ambizioso di portare in scena “4.48” non è in questo caso riuscito, tanto che – quando lo spettacolo finisce e il personaggio si suicida – il pubblico non capisce che è finito e quando Arvigo rientra in sala per prendersi gli applausi, deve restare lì immobile un paio di minuti, ad aspettare che il pubblico capisca che ha terminato.

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