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Quando Topolino si dedicò alla magia nera

Scherzosamente, e per assurdo, si potrebbe dire che il destino dei musicisti black/death/symphonic metal scandinavi sia segnato fin dall’adolescenza: persi nelle lande desolate del nord Europa, ai nostri rimangono ben poche attrattive se non ubriacarsi o incendiare chiese, con sei mesi di luce quando si vorrebbe disperatamente dormire, e sei mesi di buio che farebbero deprimere anche Biancaneve. Senza dimenticare gli incontri del sabato pomeriggio al negozio di dischi di Euronymous (Helvete), che per i milanesi rappresentano un po’ l’equivalente della gita da Mariposa Duomo o alla fiera di Senigallia.

Da questo scenario potrebbero trarre vita diverse categorie umane: lo sfigato, che magari a scuola non riesce a farsi amici e che trova la propria rivincita nel far fuori l’acerrimo nemico e nel dedicarsi, in gattabuia, a comporre musica inascoltabile (tranne forse che dai parenti più stretti). Tra le fila di questa compagine si potrebbero annoverare personaggi come Varg Vikernes/Grishnackh e i suoi amichetti dell’Inner Circle, oppure Mortiis, che suscita quasi tenerezza con quelle orecchie a punta e naso da troll.

Proseguendo con le nostre ipotesi (tragi)comiche, incontriamo i nerd che riescono a legare solo con i compagni più simili a loro (vedi Mr Akerfeldt e Mr Johnsson) e che, crescendo, si dedicano alla musica con la M maiuscola, fondando band che rappresentano la storia del genere (vedi Therion e Opeth).
O, ancora, ci sono i fighetti che piacciono a tutta la scuola e che la sera, oltre a ubriacarsi e incendiare chiese, si riuniscono in garage a comporre buona musica. Fra questi potrebbero rientrare i Children Of Bodom (aggiungete poi il pic-nic domenicale in famiglia all’omonimo lago) e i Dimmu Borgir, a cui è dedicato questo zoom.

Carved In Stone
Nel caso dei Dimmu Borgir si potrebbe aggiungere anche una certa instabilità caratteriale fra i membri della band, dato che il loro albero genealogico è complicato quanto quello delle generazioni di Elfi nel Silmarillion, a causa delle numerose partenze, arrivi e cambi di formazione. Eppure, il giovane e carismatico Shagrath è riuscito a tenere per 17 anni le redini di tutto, plasmando la musica come piombo che diventa oro.

Nati a Oslo nel 1993, arrivano all’apice del successo con “Enthrone Darkness Triumphant” nel 1997, il loro primo disco con Nuclear Blast (e il primo in cui i testi sono tutti in inglese), che contiene il capolavoro “Spellbound (By The Devil)”. In un periodo in cui il black metal sembrava già saturo della presenza di band dal successo consolidato, e il concetto di black sinfonico era ancora pressoché sconosciuto, i Dimmu Borgir perfezionano il genere e riescono a collocarsi in una nicchia piuttosto ampia, grazie alle scelte stilistiche che si discostano sia da un growl ossessivo, che rischia di divenire inascoltabile, sia da eccessi baroccamente commerciali o intellettuali, come talvolta i confratelli Therion. Il botto a livello di pubblico e di attenzione della critica avviene con “Spiritual Black Dimensions”(1999), in cui fanno la loro comparsa Mustis (tastiere) e ICS Vortex (basso), e il primo in cui si alternano voce growl (Shagrath) e clean (Vortex). Nel 2005, la band decide di pubblicare una nuova versione di “Stormblåst”, non limitandosi però a rimasterizzarlo ma, maniaci della precisione e della perfezione come sono, lo suonano da zero e lo registrano come se fosse un album nuovo, includendo anche delle bonus track nella versione deluxe.

Nel 2007 i Dimmu Borgir pubblicano “In Sorte Diaboli”, il primo, sensazionale (forse un po’ pacchiano) concept album del gruppo, e anche l’ultimo in cui figurano Mustis e Vortex, licenziati nel 2009 per disaccordi interni. Poi, nei tre anni successivi, la band affronta diversi impegni personali, come il matrimonio di Shagrath, i tours e i cambi di formazione, fino a ridursi ai tre membri die-hard (Shagrath, Silenoz e Galder, che è nel gruppo dal 2000). Stanchi di sopportare gli atteggiamenti da rockstar di ICS Vortex, il gruppo lo licenzia, trovando in Snowy Shaw un degno sostituto. Che poi le cose siano andate in maniera del tutto diversa è un’altra storia, peraltro non ancora conclusa…
[PAGEBREAK] “Abrahadabra” track by track
Il primo ascolto suggerisce l’idea che il gruppo abbia voluto fare molto, anzi, abbia dato il massimo senza tralasciare nessun dettaglio, come a dimostrare che i core Dimmu Borgir possono farcela anche in tre. L’album è schiettamente barocco, impreziosito (o appesantito, a seconda che si apprezzi la scelta stilistica della band, iniziata da “Puritanical…”) da sovra incisioni e cori che spezzano l’uniformità e movimentano il tutto.
Le voci femminili fanno da contrappeso al cantato, che ha in parte abbandonato il growl.
Entriamo ora, track by track, negli oscuri meandri di questo nuovo, nono album.

XIBIR: il cd si apre con un intro epico, in stile “Puritanical….”, con cori simil-gregoriani, archi e atmosfere alla Tim Burton. L’attacco richiama anche “Romeo e Giulietta” di Prokofiev, già utilizzato dalla band. Salita graduale dei cori dopo un momento di orientalismo che culmina nel colpo dei piatti . Pezzo evocativo di atmosfere lugubri e gotiche, anzi, rappresenta IL gotico e tutto ciò che ad esso è associato.

BORN TREACHEROUS: la canzone parte con un attacco acido ma con chitarre limpide, che ricordano gli ultimi Therion, con un’influenza hard rock, poi prosegue con il tradizionale stile black barocco dei Dimmu. Sono inseriti degli intermezzi classici e un coro che rende il pezzo più inquietante, grazie anche ad una specie di mantra blasfemo che viene recitato a ripetizione a mo’ degli Anorexia Nervosa. Le numerose sovra incisioni sembrano movimentare (oppure, visto in un’altra ottica, rallentare) l’andamento del pezzo. L’impressione generale di “Born Treacherous” è che Topolino si sia dato alla magia nera e che abbia imparato le formule nell’antro del Re della Montagna.

GATEWAYS: Primo singolo dell’album, si apre con cori angelici interrotti da una cavalcata di archi e batteria cadenzata e pesante, accompagnati dal ronzio delle chitarre. Pezzo evocativo e d’atmosfera con molti cambi di tempo e sovra incisioni, come la voce femminile che sembra predire a gran voce un futuro nefasto per l’umanità. La trama vocale della canzone è infine impreziosita dalla sovrapposizione delle due voci (ancora in stile Therion, benché a tratti finisca per ricordare i Cradle Of Filth).

CHESS WITH THE ABYSS:
attacca senza respiro con la classica verve dei Dimmu, ritmo pesante e voce abbastanza pulita come in “In Sorte Diaboli” (in particolare nel brano “The Sacrilegious Scorn”). Potente intermezzo di chitarre in accordi minori per creare tensione, ma sono assenti le alternanze fra growl e clean, in quanto la parte vocale è ridotta. Cavalcate di chitarre- virtuose quanto quelle dei Children Of Bodom- e batteria, accompagnate dagli archi. Finale che coglie l’ascoltatore impreparato. Orecchiabile nel complesso, come di solito lo sono le canzoni destinate a diventare singoli.

DIMMU BORGIR: pezzo suggestivo che richiama lontanamente un film horror o un rito satanico (o un’attrazione Disney, a seconda delle opinioni). Si apre con un coro anthemico e una cavalcata di chitarre e archi insieme. Brano molto evocativo, che potrebbe funzionare idealmente come singolo, anche grazie alla ritmica delle chitarre e all’intermezzo di flauti e archi, con i cori che scandiscono “Dimmu Borgir” come un mantra malefico. Vi sono poi molti cambi di tempo. L’impressione iniziale è quella di una reminescenza da “Mein Teil” dei Rammstein; a seguire giungono cenni all’epic metal, dovuti all’uso di trombe campionate che danno vita ad un’atmosfera medievale. Una risata poco simpatica chiude il tutto.

RITUALIST: inizio evocativo con un arpeggio, subito interrotto dalla batteria martellante. Anche qui le partiture d’arco rendono la canzone più pesante e complessa, mentre lo sfondo richiama trame orientali. Nel mezzo, maelstrom di batteria e chitarra che si conclude con lo stile inconfondibile dei Dimmu. Le vocalità rimangono perlopiù pure e senza estremismi.
[PAGEBREAK] THE DEMIURGE MOLECULE: inizio in controtempo e ritmo asimmetrico. La voce mid-growl cresce in parallelo al coro in sottofondo. È il primo pezzo in cui Shagrath canta in autentico growl, circondato da sussurri e voci inquiete. Costituisce una specie di ponte con i precedenti e i successivi, e nel mezzo risuonano perfino le trombe degli arcangeli! È forse il brano con più cambi di tempo e di stili, e tocca anche il thrash metal classico. Ciò che si fissa nella mente dell’uditorio è “Another day is yet to come before the night takes its toll”.

A JEWEL TRACED THROUGH COAL: Anche questa canzone si apre con un intro d’atmosfera, con pianoforte, pioggia e voci bisbigliate. È il tipico pezzo black metal, quasi un omaggio al genere, con chitarre distorte, talvolta da sembrare un vespaio, e batteria a velocità 1000. Vi sono cori in latino che ricordano “The Serpentine Offering” e batteria martellante. La fine è affidata ad un insieme di cori assordanti che in un crescendo generano un effetto da opera lirica.

RENEWAL: questo brano è una tipica cavalcata in stile Dimmu, di quelle che ti costringono all’headbanging più violento come “The Invaluable Darkness”. Eppure, le ritmiche sono metal melodiche, a sprazzi nu metal o addirittura power, perlomeno all’inizio. Successivamente il ritmo si spezza con il contrasto di voci, e ritorna uniformemente pesante. Ancora un controtempo fra voce e tastiere, che sono in climax ascendente. Segue poi un intermezzo in stile thrash classico, mentre il refrain è costituito da un coro potente e batteria all’eccesso.

ENDINGS AND CONTINUATIONS: inizio liquido (acqua che scorre, un temporale in arrivo), che sembra riprendere in parte la prima canzone, almeno nell’intro. Ancora una canzone puramente pesante che si avvicina a “In Sorte…” e a “Death Cult…”, dove la musica aggressiva conta più degli orpelli corali e delle sovra incisioni. È l’unico pezzo di cantato esclusivamente ‘pulito’, che presenta un piacevole movimento nella compatta violenza del brano: archi e batteria trionfanti, fiati da battaglia ed una ritmicità da marcia militare. Il refrain ripete il titolo dell’album con un bellissimo intreccio di voce growl, pulita e partiture orchestrali; emerge la sentenza categorica “The past is built to last”. Finale evocativo in cui la parola magica “Abrahadabra” è ripetuta sottovoce e a cappella, in un perpetuo vortice di perdizione.

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