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    Queensrÿche

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Heaven on their mindcrimes

Venticinque anni di onorata carriera. Non una caduta di stile, nonostante le circostanze si siano varie volte accanite contro il quintetto di Seattle. Oggi Geoff e compagni decidono di pagare tributo alle loro influenze o più semplicemente di dare la loro lettura di brani altrui che apprezzano particolarmente con questo “Take Cover”. Undici brani riarrangiati secondo l’ottica della formazione che due anni fa diede alle stampe il secondo atto di “Operation: Mindcrime” ovvero il classico quartetto Tate-Wilton-Jackson-Rockenfield con Mike Stone alla seconda chitarra.
L’apertura è davvero magica, una versione di “Welcome To The Machine” dei Pink Floyd incredibile per intensità e feeling, con Geoff impegnato in una prova vocale superba e nel rispolverare le sue doti al sax. Sicuramente uno dei picchi dell’album, insieme alla successiva “Heaven On Their Minds”, estratta da Stone dal “Jesus Christ Superstar” e resa in modo nettamente più “metallico” e grintoso dell’originale, nonostante non ci sia alcuna variazione di tonalità, mettendo quindi ancora una volta Tate sugli scudi.
La tripletta che segue da un po’ di tregua, assestandosi comunque su livelli ben più che dignitosi senza raggiungere però le vette dei due brani precedenti.
Di certo non è facile imbarcarsi in una cover dei Queen, meno ancora lo è andando a prendere “Innuendo”, uno dei pezzi più complessi per arrangiamenti e stratificazioni mai composti da May e compagnia regale. Se da un lato sicuramente non si può criticare la scelta dei cinque di scarnificare in parte i barocchismi del brano, non si può neanche ritenersi completamente soddisfatti dal risultato. Qualcosa non quadra come dovrebbe e la cover, comunque viva, non decolla, restando un esperimento il cui risultato dipende più che altro dalle orecchie di chi ascolta.
Dopo il lungo tour americano con gli Heaven and Hell, i ‘Ryche pensano bene di dare una rispolverata anche a uno dei cavalli di battaglia del secondo mark dei Black Sabbath, “Neon Knights”. Una rilettura che ha del filologico, difficile per questo giudicarla. Funziona molto meglio invece “Synchronicity II” dei Police, meno cibernetica dell’originale ma con un fascino molto particolare e decisamente “catchy”, più o meno le stesse considerazioni valide per “Red Rain” di Peter Gabriel, più rock dell’originale ma molto “aperta” ed atmosferica, con la voce di Geoff ad incastrarsi perfettamente con le trame onirico-drammatiche del pezzo.
Alla fine del disco viene messa una “Bullet The Blue Sky” degli U2 proposta in versione live con ancora Kelly Gray alla chitarra. Un’ulteriore riprova di come i 5 americani dal vivo siano sempre e comunque una certezza.
Sicuramente un disco più indirizzato a chi è già fan del gruppo e non ha bisogno di farsi convincere più di tanto sul suo valore. Per gli altri può essere un divertissement interessante, tenendo a mente che i capolavori del gruppo stanno altrove.

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