Home > Recensioni > Queensrÿche: Tribe

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Il ritorno in tribù

Se “Hear in the New Frontiers” aveva deluso e”Q2K” non aveva convinto tutti, “Tribe”, avrebbe potuto rivelarsi come il disco della rivincita o del definitivo affossamento – l’albu, a conti fatti, ha rappresentato una bella sorpresa, ma al contempo una conferma che le vette di un tempo rimangono ineguagliate.
“Tribe” è un disco indubbiamente dei Queensryche, con tutti gli ingredienti che differenziano i Nostri da tutti gli altri. C’é classe strumentale, compositiva, c’é Geoff Tate che regala un’altra interpretazione delle sue, sigillata da un instant classic come “Rythm Of Hope”, e c’é una band tornata (almeno nelle foto di promozione per il disco) quella storica con Chris De Garmo alla chitarra (il quale ha però limitato il suo apporto soltanto a poche tracce).
“Tribe” è un disco orgogliosamente figlio di “Promised Land”, forse potrebbe essere visto come il disco che poteva essere pubblicato al posto di “Hear In The New Frontier” – o almeno quello che tanti si sarebbero augurati di ascoltare. Diretta progenie non solo per lo stile proposto, un Heavy rock elegante, ricercato e ottimamente prodotto, né solo per il sassofono straniante di “The Art Of Life” (come gi° fu per “Promised Land” canzone), ma anche per l’atmosfera, l’attitudine e l’ispirazione che si scorgono più o meno in lontananza lungo queste 10 tracce. Oggi però i Queensryche danno alle stampe un album che sa offrire anche momenti meno complessi e introspettivi, i quali, purtroppo, seppur buoni sono anche i momenti che meno convincono del disco (a parte la buona “Open”, “Doin’Fine” è gradevole ma nulla più e “Losing Myself” ha veramente poco da dire). I più attenti, dunque, coglieranno anche echi di “Empire” e del Tate solista – giudizi qualitativi a parte.
“Tribe” è un disco indubitabilmente del 2003. È moderno, sufficientemente aggiroanto, è la dimostrazione di quanto i Nostri sappiano stare attenti a ciò che gira loro attorno pur non confondendosi con carozzoni trendaioli che vanno e vengono nel giro di pochi anni. “Blood”, “The Art Of Life” e la stessa title-track, con i loro sample, i loro riferimenti ai Tool, all’ Hard ‘n’ Heavy d’oltreoceano e più timidamente all’industrial, sono qui a dimostrarlo. “Tribe” afferma con sicurezza che la band è tornata e non è ancora intenzionata a vivere soltanto del/nel ricordo dei fasti che furono: ha voglia di camminare ancora, sulla propria strada.

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