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Quel caldo giorno nel parco

Tanto era prevedibile. Brevemente: cinquantacinque mila persone (e celebrità) pigiate insieme nella giornata successiva alla giornata più calda dell’estate inglese e in procinto di cantare all’unisono tutti i pezzi di un gruppo che andava forte una quindicina di anni fa. Si diceva, cinquantacinque mila persone sta a significare un’aspettativa più o meno pari a quella che venne soddisfatta qualche anno fa con il tale che diceva «Tranquillity Base here. The Eagle has landed».

ANTEFATTO:

Ai Deerhoof è affidato il difficoltoso compito di aprire la giornata e tenere a bada la pioggia di bottiglie direzionata verso qualsiasi cosa si erga al di sopra del metro e ottanta di statura. I Deerhoof attirano tutta l’attenzione che si meritano con il loro rock sveglio e angoloso, ostico senza pregiudicare la capacità di non prendersi sul serio. Anzi, ai testi farseschi i Deerhoof tendono ad aggiungere una buona quantità di divertimento onstage, ma non si arriva mai a pensare che siano solo stupidi.

Si arriva a pensare questo, invece, di Florence Welch, in arte Florence And The Machine (dove la “macchina” è la sua band, che include un arpista). Bravi tutti, bello, palco pieno di fiori, che voce, che sonorità dense! E quindi? Basta la prima canzone. D’altra parte, la manager è Mairead Nash delle Queens Of Noize, non è che ci si aspettasse qualcosa di poco pretenzioso e anche veramente interessante.

Amadou & Mariam
, che in Inghilterra cominciano a spopolare anche svincolati dal nome del loro produttore (ovvero Damon Albarn), portano sul palco quelli che è inutile definire come “i sapori del Mali”, oltre al fatto che si tratta di un’espressione rivoltante: Amadou & Mariam fanno un blues molto occidentalizzato; anche la ritmica, per quanto varia e originale, è domata dal formato-canzone. Eppure nelle voci, nei cori, nelle continue ripetizioni, danno origine a qualcosa che si svincola dall’appartenenza geografica e, in quanto ad emozione suscitata e a presenza scenica, mette i piedi in testa a tutto quell’etnico posticcio che piace tanto.

I Vampire Weekend suonano tutto il set vestiti con sciarpe e piumini. Non sembrano esserne disturbati. Le loro canzoni dal vivo sono come su disco: impeccabili e bellissime, con quell’umorismo universitario che non dà troppa noia. Presentano un pezzo nuovo, su cui sicuramente Paul Simon annuirebbe contento come farebbe su “Cape Cod Kwassa Kwassa”, “Bryn” e “One (Blake’s Got A New Face)”.

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QUELLO DOPO L’ANTEFATTO:

I Blur hanno esattamente la quantità di savoir faire adatta a sfottere i migliaia di nerd convenuti per sentirli, ma con delicatezza: si fanno annunciare da una registrazione di “The Debt Collector”, su cui ognuno esulta e comincia a cantare le parti strumentali. Il concerto procede esattamente così: canzone – esultanza – persone che cantano le parti strumentali. Cinquantacinque mila (grosso modo).
Non che sia diversa da quella degli altri concerti preparatori, ma la scaletta è, per la band e per il pubblico, un enorme thermos di tè e madeleine proustiani frullati insieme. “She’s So High” in apertura è più che altro una dichiarazione su come tutto sia cominciato. Se non fosse per un apprezzabile miglioramento per quanto riguarda il taglio di capelli di chiunque, si penserebbe di essere nel 1989. “She’s So High” non è il solo pezzo su cui la chitarra di Graham Coxon domina, e si gioisce nel sentire le incarnazioni da stadio di “Jubilee”, “Country House” o “Parklife” (questa volta, narrata da Phil Daniels in persona).

“Death Of A Party” è spettrale e complessa, tutta distorta. In effetti, sono brani insoliti a suscitare il maggior consenso nel pubblico: “Beetlebum”, “Popscene”, “There’s No Other Way”. Qualcuno si ricorda ancora di “Song 2″? A quanto pare no. Buona notizia anche per i Blur, che possono permettersi di cominciarla con un’introduzione lenta di batteria e prendersi tutto il tempo che vogliono. Non che la gente si astenga dal gridare «whoohoo»: infatti grida «whoohoo» e torna subito a cantare le parti strumentali.

Non dimentichi dei momenti lirici, i Blur piazzano strategicamente i loro inni più efficaci. Durante “Tender” tre coristi fanno le veci del coro gospel, e il resto del lavoro viene fatto dalla folla. Durante “To The End” una palla stroboscopica proietta sul pubblico innumerevoli puntini luminosi e la sensazione che la pioggia di bottiglie sia rallentata.

Ad essere più stupiti dei fan sono prima di tutto i quattro sul palco. Damon Albarn è sinceramente commosso quando mette insieme frasi di dubbia riuscita su quanto sia bello il tramonto e su quanto sarebbe bello il tramonto riflesso dal Crystal Palace sui volti di tutti, se solo il Crystal Palace non fosse stato spostato da Hyde Park e poi non fosse bruciato e caduto a pezzi. Ringrazia, poi, i fedelissimi cinquantacinque mila; ringrazia chi non ha dato per vinti i Blur e chi li ha presi in giro fino a spingerli a meditare una riconciliazione.
Si esce soddisfatti, con le ossa rotte e con la consapevolezza di non essere stati traditi.

She’s So High
Girls And Boys
Tracy Jacks
There’s No Other Way
Jubilee
Badhead
Beetlebum
Out Of Time
Trimm Trabb
Coffee And TV
Tender
Country House
Oily Water
Chemical World
Sunday Sunday
Parklife
End Of A Century
To The End
This Is A Low

Popscene
Advert
Song 2
Death Of A Party
For Tomorrow
The Universal

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