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Questione di punti di vista

Li avevamo lasciati alle prese con l’improbabile pettinatura di Javier Bardem, e con un pugno di Oscar piovuti sul sorprendente “Non È Un Paese Per Vecchi”. Non paghi del trionfo invernale, i fratelli Ethan e Joel Coen si sono ripresentati a Venezia con un film d’apertura, “Burn After Reading” (uscirà nelle sale, in circa 500 copie, il 19 Settembre), che mette in fila un cast da urlo e, tanto per cambiare, offre personaggi imprevedibili, star riprogrammate per essere inequivocabilmente grottesche, situazioni che tingono di surreale ironia una storia che, sulla scorta di un plot venato di spy story, ha anche il suo bagaglio di oscurità – Burn After Reading è a suo modo un film serio, anche drammatico – specie quando nell’intreccio si riconosce la critica sottile all’America, e ad un mondo popolato di individui quantomeno strani. Ma sempre alla maniera dei Coen, perché, come fa notare Tilda Swinton, “Come per gli effetti ottici, le caratteristiche specifiche di un personaggio dipendono molto dal punto di vista, da come questo viene affrontato, illuminato”: insomma, la definizione di un uomo dipende dai punti di vista.

Nel film vediamo all’opera un gruppo di persone che potrebbe essere paradigma, critico, della società americana…
Joel Coen: Certamente ci sono dei legami, dei rimandi, ma non bisogna correre il rischio di eccedere con questo tipo di parallelismi. Il film, non a caso, si apre con la macchina da presa che si avvicina al pianeta, zooma, si avvicina sempre di più, fino ad inquadrare una realtà precisa, un gruppo di persone ristretto: la scelta ha un significato preciso, perché volevamo generare un intreccio attorno a personaggi particolari. Tanto che alla fine della vicenda, in conclusione, la macchina da presa, come si era avvicinata, torna ad allontanarsi, fa un movimento opposto, e si distacca nuovamente dall’ambiente che aveva descritto.

Nella storia, poi, entrano in scena i Russi: sembra quasi di vedere sullo schermo un riferimento all’attualità, con i toni da guerra fredda che tornano a farsi sentire…
Tilda Swinton: Sì, si tratta di una coincidenza singolare. Tuttavia la lavorazione del film è stata totalmente precedente agli ultimi eventi di politica internazionale, e non ci sono legami tra il film e questi ultimi.

Le star hollywoodiane fanno la fila per lavorare con voi, eppure spesso vi divertite a stravolgere la loro immagine, tanto che l’icona sexy Brad Pitt, qui, è un palestrato piuttosto stupido e con un ciuffo anni ’80: cosa vi spinge a costruire i personaggi in questo modo?
Ethan Coen: Il punto è tutto nella persona, in come noi la vediamo, non tanto nella maniera percepiamo l’attore. E in come vediamo il personaggio che stiamo costruendo. Non esiste una spiegazione specifica del legame che unisce personaggio e attore che lo interpreta, è una sorta di alchimia molto complessa. Ovviamente non si tratta solo di cercare di immaginare se un determinato abbinamento può funzionare su un piano cinematografico, ma anche di comprendere quanto quell’attore possa essere interessato e portato verso il personaggio, se possa esserne attratto.
Tilda Swinton: Quello che capita, lavorando con i fratelli Coen, è ti offrono uno spazio per giocare, per avventurarsi, un fatto molto raro e che garantisce l’occasione di entrare nel lessico del lavoro che svolgono, sfruttando per l’appunto questa opportunità di gioco.

Spesso costruite i personaggi dopo aver già incontrato gli attori, ma che cosa succede quando invece vi trovate a lavorare senza che ci sia questa conoscenza pregressa?
Joel Coen: Ovviamente conoscere gli attori rappresenta un vantaggio nei termini della cognizione delle loro potenzialità, puoi lavorare sui personaggi alla luce di particolari capacità o inclinazioni che sei in grado di riconoscere in loro. È molto interessante per noi cercare di impiegarli in ruoli e interpretazioni differenti da quelli abituali. Però bisogna anche dire che di solito, tanto più conosci un attore, tanto meno lui sarà incline a lavorare con te in totale serenità: perché conoscere spesso vuol dire carpire particolari nascosti, per esempio, o lati vulnerabili, debolezze. E allora finiscono per pensare che tu possa mettere nel personaggio proprio quegli aspetti che invece vorrebbero rimanessero celati. Mentre gli attori con cui non c’è una conoscenza pregressa tendono ad affidarsi al regista in modo più aperto, a sperimentare. In ogni caso, rimane il grande divertimento dello scrivere parti diverse dal solito per star che già conosciamo.
Tilda Swinton: Non per niente gli attori che non sono presenti a questo incontro sono proprio quelli che i fratelli Coen già conoscevano [ride, ndr] mentre io sono nuova…

Esiste per caso qualche trait d’union tra il nome di Pitt nella pellicola, Mr. Black, e il Joe Black che l’attore aveva interpretato anni fa?
Ethan Coen: Sembra paradossale, lo so, ma non c’è nessun legame tra i due nomi.

Nei vostri film gli uomini sono spesso imbranati, sciocchi, mentre le donne emergono come figure dominanti, più forti. È questa la vostra visione delle donne?
Joel Coen: Diciamo di sì, le donne sono delle sopravvissute, sono essenzialmente più forti.

Ma il mondo è allora dominato da idioti?
Joel Coen.: Sì.

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