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Questione di Sguardi

Appena mi ritrovo con “Another Self Portrait” fra le mani, sono istintivamente colpita dalla cover del disco: un faccione dai tratti marcatamente squadrati che mi fissa con serietà, quasi addolcita da occhi grandi, tristi e penetranti.

Nonostante questo sia il decimo di una serie di bootleg usciti, per completare quel poco che ancora non era stato detto, sentito, rimaneggiato attorno alla storica figura di Robert Allen Zimmerman aka Bob Dylan, occorre scavare nel passato, per contestualizzare meglio questa raccolta di inediti, outtakes e rarità.
Occorre scorrere gli anni delle registrazioni (1969-1971) e quelli immediatamente precedenti, densi di eventi particolarmente significativi: l’incidente motociclistico del ’66 in cui Dylan rimase coinvolto – cause e dinamica tuttora incerte – che gettò sul cantautore una serie di leggende più o meno fantasiose e fastidiose, ma soprattutto infuse in lui la certezza che le cose dette e fatte fino a quel momento andassero riscritte.

Radicalmente.

Mr Zimmerman ridefinì ogni aspetto di sé, musicale, compositivo e sociale: una delle prime mosse fu rompere gli accordi che lo legavano ai precedenti collaboratori. Scelse poi di sperimentare nuove sonorità, distanziandosi dai quei tormentoni che avevano segnato un’epoca e gli avevano permesso di varcare senza troppe difficoltà, le porte e il cuore della gente: mi riferisco certamente a “Blowin’ In The Wind” (1962), “The Times They Are a-Changin’ ” (1964) e “Like A Rolling Stone” (1965).

Con il successivo “Self Portrait” (1970) decise di mettere finalmente nero su bianco l’avvenuto cambio di prospettive e di sguardi. Il disco fortemente intimista (il titolo di “autoritratto”, non è per niente casuale) fu immediatamente stroncato dalla critica e ci mise del tempo per essere assimilato dai fan.

Dylan si era rimesso in discussione collaborando con un piccolo ensemble di musicisti, aveva cambiato appeal, ridefinendo le sonorità folk, avvicinandosi, talvolta, verso un’impronta più country, già sperimentata negli anni precendenti quando aveva duettato con Johnny Cash, ma soprattutto, in fase di montaggio, il produttore Bob Johnston decise di sovraincidere le tracce ottenute con l’ensamble. Tutto ciò, guarda caso, avvenne a Nashville, la patria di Cash.

Le tracce base, praticamente introvabili, sono la struttura portante di “Another Self Portrait”, disco che quarantanni dopo, nel corso di 35 tracce distribuite su due dischi, porta alla luce le debolezze, la fragilità e il bisogno di cambiamento di un uomo.
Nel disco, troviamo brani dello stesso Dylan (“Went To See The Gypsy”), oppure cover di brani contemporanei (come nel caso di “Thirsty Boots” di Eric Anderson), ballad folk tradizionali (la malinconica “Pretty Saro”) e, ovviamente, episodi country (“Country Pie”, “I Threw It All Away”).

La bellezza di questa raccolta risiede proprio nella sua essenzialità: voce, chitarra e poco altro.
Un affresco umano senza tempo, racchiuso negli occhi dolcemente malinconici stampati sulla cover: uno sguardo dentro di sé, per ridefinire ciò che siamo.

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