Home > Recensioni > Quiet Village: Silent Movie

Don’t move, these are (easy) exxotica times

Poiché alle volte è giusto distanziarsi criticamente da se stessi, davanti a mondi che non riconosciamo come tali, ipotesi linguistiche altrui, suoni che non: in questi casi, è alle volte possibile scoprire modalità inusuali per stimolare i nostri sensi, la percezione del circondario e del nostro modo di affrontare il vissuto.
Valga il caso dei Quiet Village, duo a firma Joel Martin e Matt Edwards, di cui il secondo già nel (ex) duo Radio Slave, mattatori dei dancefloor di ogni dove. Qui, infine, la differenza, la voglia e la necessità di porre un sigillo sul cambio di rotta, il momento in cui va infine scemando l’onda sonora e mentale del post-balotta. Un disco per accogliere l’alba, arrotolati nella sabbia a riprendersi dall’hangover della notte precedente, con l’eco dei beat del cuore e l’esigenza di rallentare.
“Silent Movie” è questo, un lavoro di un’eleganza indecifrabile, in equilibrio perfetto tra le finalità sonore del caso, la malinconica solarità di fondo, il rispetto delle fonti, una personalità tenacemente marcata ma mai esuberante. Anche dal punto di vista strettamente compositivo-strutturale, le composizioni si fanno notare per un utilizzo mai eccessivo dei propri elementi, in una rincorsa all’essenziale che rinfresca e dà lo spazio interno necessario a un respiro diverso, e più profondo. Nel senso più vero del termine chill out, lontani dalla paccotiglia che va, o andava, per la maggiore i Nostri si abbeverano a fonti varie e contaminate tra soundtrack da b-movie/porno movie, soul dopato, il senso sotteso e insistito di psichedelia, disco in slow motion, groove funky dilatati e fifties/sixties pop, in un’etereo pastiche di forme e colori. Il merito del duo è di aver saputo relazionarsi anche a musiche fondamentalmente diverse, traendone una visione coerente, originale, sensuale e perfettamente accessibile. Come se gli ultimi Portishead si lasciassero andare al camp, rifacendosi gli Air/Groove Armada del caso. Come l’incrocio meraviglioso di “Circus Of Horror” in una versione rilassata e sagace di Fatboy Slim. Come il bisogno di riprendere lounge ed exotica, l’eco di voci registrate dal passato, il passo dei ritmi in levare afrocaraibici e trarne il disco perfetto per i pomeriggi post-coitali nell’attesa dell’estate che avanza. Un piccolo capolavoro di easy listening a cui dare la possibilità di fare morbidamente breccia nel cuore.

ps. è interessante notare come alla ripresa di temi comuni (muzak, library music, trasmissioni radiofoniche del passato, light music, jazz di consumo, etc.) corrispondano attitudini così diverse e intensamente creative; basti pensare a questi Quiet Village, alle dinamiche Ghost Box/Mordant Music, ai meravigliosi Moon Wiring Club o al prossimo venturo potenzialmente splendido Boyd Rice & Giddle Partridge.

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