Home > Interviste > Intervista ai Quintorigo: da Mingus a Frank Zappa

Intervista ai Quintorigo: da Mingus a Frank Zappa

Entrare nei camerini degli artisti è sempre un emozione, se poi sono i Quintorigo l’emozione si fa più forte. In questo caso non eravamo in un camerino vero e proprio, ma all’aperto dietro il palco di Villa Ada 2015, a Roma, dove si sarebbero esibiti insieme a Roberto Gatto da lì a un paio d’ore. Il sound check della batteria ci ha accompagnato per la breve chiacchierata. In rappresentanza della band viene Valentino Bianchi (sassofoni), il quale mi offre gentilmente una birra ristoratrice per alleviare il caldo. Unte le gole iniziamo con l’intervista…

 

Dal ’92 ad oggi ci sono stati molte trasformazioni nei Quintorigo, sia stilistici, sia nella formazione. Qual è stato il cambiamento più importante e significativo?

E’ una domanda difficile; forse la prima fase critica (che però come tutte le fasi critiche porta anche stimoli nuovi) è stato il divorzio con John De Leo, il nostro primo cantante,allontanamento che risale a molto tempo fa. Poi da lì abbamo cominciato a maturare un’idea di progetto diversa, una sorta di factory basata su noi quattro, libera di avvalersi di volta in volta di vocalist scelti sulla base del progetto musicale che dovevamo affrontare. Quindi abbiamo collaborato con alcuni bravissimi cantanti (con i quali siamo rimasti in buonissimi rapporti), ma devo dire con una certa sicurezza che l’ultimo, Moris Predella, incarna il soggetto prediletto, sia dal punto di vista musicale (perché è un musicista davvero, suona il piano e la chitarra), sia dal punto di vista umano e professionale. Ci troviamo molto bene con lui, perché si è rivelato all’altezza di tutte le situazioni che abbiamo incontrato, sia musicali, perché è un ottimo cantante, sia quelle ludiche, dai viaggi in furgone alla sala prove.

Da uno stile più eclettico degli esordi nel tempo c’è stato un accostamento verso il jazz; che rapporto hanno i Quintorigo con questo genere musicale?

Beh diciamo che noi – e soprattutto alcuni di noi – siamo stati sempre, non dico jazzisti, ma sicuramente jazzofili, siamo nati godendo di questo universo dove ci sono dentro tante cose. Il jazz è entrato in noi sin dai primissimi dischi, non a caso nel nostro primo album alcune tracce sono suonate da Roberto Gatto. Abbiamo avuto anche numerosissime collaborazioni di prestigio, da Antonello Salis a Rita Marco Tulli. Poi nel 2007, con Luisa Cottifogli alla voce, abbiamo deciso di fare un lavoro su Mingus (Quinto – Play Mingus), il quale ci ha affacciato, anche a sopresa, al mondo del Jazz Italiano, dove siamo stati accolti con curiosità e grande entusiasmo.

Diciamo che siamo un po’ una spina nel fianco al panorama del jazz italiano, ma al tempo stesso abbiamo sempre avuto ottimi riscontri, tanto che siamo stati invitati a Umbria Jazz e abbiamo vinto anche il premio per il miglio disco Jazz nel 2008.

 

Con il lavoro “Quintorigo e Roberto Gatto Play Frank Zappa” si completa la trilogia di “omaggi” a tre grandi musicisti, Mingus, Hendrix e Zappa. La scelta è solo dettata dal gusto o ci sono ragioni specifiche?

 

Abbiamo scelto Mingus, come del resto anche Zappa, perché è un artista molto particolare, è una presenza macroscopica, ma che non gode della popolarità che merita; più o meno tutti lo conoscono – parlo dei musicisti – ma è difficile che poi, se ascolti un concerto Jazz, qualcuno suoni un brano di Mingus.

Inoltre a noi piacciono i musicisti che hanno da dire non solo musicalmente, ma anche sul piano politico, ideologico; è sicuramente il caso di Mingus, ma anche quello di Hendrix che a Woodstock suonò l’inno americano con il distorto, che è diventato la colonna sonora di un’epoca. E Zappa non era certo uno che si mordeva la lingua. Insomma sono artisti che oltre alla musica sono riusciti a rappresentare messaggi politici, come il pacifismo, la lotta alle discriminazioni razziali e alla censura.

 

Anche Bollani, all’Umbria jazz, ha riproposto una sua rilettura di Frank Zappa; è un caso, o c’è una tendenza a “riesumare” alcuni personaggi degli anni ’70, troppo dimenticati dalle nuove generazioni?

In ordine di tempo il suo progetto arriva prima, ma noi non lo sapevamo; comunque quando ne siamo venuti a conoscenza non ci siamo spaventati, perché abbiamo capito che sarebbero state due cose completamente diverse. Quello di Bollani non è un lavoro filologico, perché ha preso qualche tema dei brani di Zappa ma poi ha fatto un’elaborazione prettamente jazzistica, infatti è interamente strumentale, mentre noi ci affidiamo a Moris Pedrella. Noi abbiamo cercato, con le nostre sonorità e le nostre capacità, di ricreare un‘ atmosfera. Nello specifico tecnico, in molti brani abbiamo preso le parti originali e le abbiamo suonate con i nostri strumenti, ottenendo un cambio di timbro. In altri pezzi ci siamo presi delle libertà, rispettando quelli che erano i concerti di Zappa, che non abbiamo avuto il privilegio di vedere, ma con la consulenza di Roberto Gatto che li ha visti tre volte, abbiamo potuto ricostruire quella situazione, quello spirito. Ecco tutto questo in Bollani non c’è.

Se tutto questo può servire per far conoscere Frank Zappa alle nuove generazioni, che ben venga!!

 

Come lavorano in sala i Quintorigo?

E’ vent’anni che lavoriamo insieme e abbiamo collaudato certi meccanismi e certe alchimie anche difficili da spiegare. Abbiamo una grande intesa tra noi, a volte basta un ‘occhiata, un’idea per far nascere tutto. A volte sembra che ci leggiamo nel pensiero. Comunque cerchiamo sempre di lavorare in team, tutti e quattro (o cinque) assieme. E’ chiaro che c’è sempre qualcuno che porta un’idea, che può essere una cellula ritmica, o un giro armonico o un riff, e poi ci si lavora sopra tutti insieme. Abbiamo notato che le cose più interessanti, anche del nostro repertorio, nascono dalla difficile dialettica tra tutti gli elementi, che per quanto sia difficile da realizzare rimane la soluzione più appagante.

Finita questa serie di omaggi, avete in cantiere lavori originali?

Ai nostri critici e detrattori che mettono l’accento su un’assenza di dischi originali da troppo tempo, rispondiamo che è vero, ma abbiamo avuto l’esigenza di completare questa trilogia che ci ha portato via degli anni. In realtà, tra l’omaggio a Mingus ed Hendrix, è uscito un disco di brani molto rock che a noi piace tanto, che è English Garden, ma è pur vero che i tempi sono maturi per far uscire qualcosa di più inedito. E ci stiamo già lavorando con la stessa formazione; verosimilmente potrebe uscire già il prossimo anno.

I Quintorigo non hanno mai fatto grande uso della batteria; lavorare con Roberto Gatto è stata un’esigenza dettata dalla preoccupazione della resa del sound, o l’opportunità per entrambi di condividere una grande passione?

Qui si parla della genesi di questo lavoro, che in definitiva è un’idea partita da Roberto Gatto, ovvero, lui ci ha cercato, perché riteneva che la nostra band potesse meglio incarnare un progetto su Zappa. In definitiva il lavoro è nato assieme ed è ovvio che ci fosse anche lui.

Detto questo, la nostra peculiarità – quella di non avere la batteria, che di base è un handicap –rimane salda, perché è una nostra caratteristica. Vogliamo dimostrare che si può suonare rock anche senza batteria o senza tastiera o chitarra elettrica; questo ci stimola molto perché dobbiamo essere sempre alla ricerca dell’incastro ritmico giusto e fuzionale. Questo, che inizialmente era un handicap, è diventato il nostro punto di forza perché ci ha obbligati a creare una sonorità che è inusuale. Questo ci ha precluso anche un po’ il successo, ricordo che all’inizio non ci consigliavano altro che inserire una batteria nell’organico, ma noi siamo rimasti fedeli a noi stessi perché pensiamo che ogni strumento sia ritmco a modo suo, in fondo Mozart o Bach sono ritmici senza l’uso di batteria. Poi chiaramente Roberto Gatto è un maestro di questo strumento, quindi come un violoncello può diventare ritmico, lui trasforma la batteria in uno strumento quasi melodico.

Ma a parte questo, credo che avremmo potuto rileggere Zappa anche senza batteria, lo abbiamo fatto con Hendrix, lo avremmo fatto con Frank Zappa.

Scroll To Top