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Raffaella Leone racconta il restauro

Come dimenticare l’estatico sorriso di Robert De Niro nel finale di “C’era una volta in America“? «Era una sorta di balletto di morte della nascita di una nazione…Dove tutti i miei personaggi guardano in faccia la morte»: questa la personale e logica conclusione di Sergio Leone.

Dopo quasi trent’anni, il terzo film della cosiddetta trilogia del tempo — preceduto da “C’era una volta il West” (1968) e “Giù la testa” (1971) — ritorna in una versione restaurata, finanziata da Gucci e dalla Film Foundation di Martin Scorsese e realizzata dalla Cineteca di Bologna, che restituisce all’opera il respiro da epopea con cui era stata concepita. Torna per quattro giorni nelle sale del circuito The Space nell’inedita extended version lunga 26 minuti di più.

Basata sul romanzo di Harry Grey “The Hoods” (“Mano armata”, 1952), la pellicola narra nell’arco di quarant’anni a cominciare dagli anni 20 le drammatiche vicissitudini di David Aaronson detto Noodles (Robert De Niro) e dei suoi amici nel loro progressivo passaggio dal ghetto ebraico all’ambiente della malavita organizzata nella New York del proibizionismo e del post-proibizionismo. Fin dalla sua prima versione la pellicola subì dei tagli tant’è che, presentato fuori concorso al 37esimo Festival di Cannes, dovette essere ridotto dallo stesso Leone alla durata di 3 ore e 49 minuti, mentre per il mercato americano fu preparata una versione ad hoc lunga 2 ore e 19 minuti.

«Era un sogno che avevamo da sempre – ha dichiarato Raffaella Leone, figlia del regista – Per quanto mio padre avesse tanto amato la versione tradizionale, quella uscita nelle sale nell’84, questi tagli gli erano costati moltissimo. L’idea di rimontarli è sempre stato un pensiero che aleggiava nella nostra famiglia.
Personalmente rimango legata alla versione con cui sono cresciuta non perché sia più bella, ma semplicemente perché è quella che ho imparato ad amare. Però quella inedita aggiunge al film una compiutezza nonché dei chiarimenti che al film mancavano un po’. Probabilmente era anche una caratteristica del film, questi dubbi su cosa fosse successo realmente e perché.
Il ritorno in sala è la forma più giusta per ricordare e festeggiare mio padre, per far sì che in qualche modo ciò che ha fatto possa rimanere. Quest’idea è nata grazie al fatto che siamo riusciti a recuperare un po’ i rapporti con Milchan fautore all’epoca insieme alla distribuzione di quei tagli di quel disastro, ricomprando i diritti di proprietà principalmente per realizzare questo progetto e per farlo riuscire al cinema.
[PAGEBREAK] «Il lavoro è durato quasi un anno», spiega ancora Raffaella. «La versione ‘completa’ uscirà in un primo momento in dvd il 7 dicembre, poi faremo un cofanetto più in là con le due versioni: quando abbiamo dato l’annuncio dell’uscita al cinema siamo stati subissati di email di fan che vogliono le due versioni originali e non quelle con il doppiaggio rifatto. Al tempo ci fu una grande polemica ma in realtà il film era stato ridoppiato perché nella versione americana — che era stata consegnata nella versione italiana non ufficiale — c’era una differenza di pochi secondi e quindi il doppiaggio italiano non andava in sync. Poi riguardandolo ci siamo resi conto che il ritardo era dovuto a due piccole scene accorciate dal visto censura.
Le scene inedite sono in versione originale con i sottotitoli. Sono un pochino più rovinate rispetto al resto della pellicola nonostante il restauro, poiché erano state conservate da noi ed avevamo una sola copia interpositiva».

“C’era una volta in America” è stato «un amore e un’ossessione» per Sergio Leone, innamorato di «questo libro, scritto anche maluccio», racconta Raffaella.
«Ma quella storia, quell’amicizia, quel tradimento avevano qualcosa di molto più profondo.
All’inizio mio padre non riusciva ad avere i diritti su questo film: li aveva Beppe Grimaldi che però, nonostante non fosse riuscito a montare, non voleva recederli. Per dieci anni c’è stata una lunga battaglia, e mio padre si è rifiutato di fare qualsiasi altra cosa in quel periodo. Finché non è spuntato a Cannes questo giovane produttore, Arnon Milchan: durante un pranzo papà gli ha raccontato la storia, come spesso faceva, perché amava farlo. Milchan si è innamorato del progetto e dopo un paio di settimane papà ha ricevuto il libro su un vassoio d’argento, con un biglietto: “io sono pronto, partiamo“».
[PAGEBREAK] Raffaella Leone ricorda infine il periodo delle riprese: «che quando siamo arrivati in America la nostra troupe si è magicamente integrata. Mio padre aveva una grande capacità: era un vero direttore, riusciva a trasmettere la sua passione, il suo grande amore, la sua onestà intellettuale a tutti quindi, un po’ come faceva a casa, ti abbracciava e ti spingeva a dare il massimo, ti spingeva magari a lavorare oltre il tempo dovuto, ma erano tutti sostenuti dalla passione di fare davvero qualcosa di grande e di bello. La troupe italiana ha sicuramente trascinato quella americana. Abbiamo girato per un mese circa in una strada di Brooklyn quasi deserta, disabitata e la cosa buffa è che Brooklyn, in tutta quella parte lì, era diventata una specie di Little Italy. Per esempio il ristorante messicano si era trasformato in un ristorante italiano, gli avevano insegnato a fare la pasta, parlavano tutti italiano, non c’era uno della troupe che parlasse inglese. C’era stata una colonizzazione da parte di noi italiani. Dall’altra parte poi c’era Robert De Niro che comunque è un italo-americano quindi qualcosa nel suo DNA ce l’ha! C’è stata davvero una grande fusione, merito di mio padre e della grande partecipazione da parte di tutti».

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