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Capolinea

Da alcuni viene considerato come il miglior album dei Raibow Turner-era (esplicitando così un giudizio forse troppo severo nei confronti di “Diffcult To Cure”), per circa quindici anni è stato anche il canto del cigno di questa band. Dopo la sua pubblicazione, infatti, il richiamo dei Deep Purple si fece sentire, e Ritchie Blackmore preferì tornare all’ovile, facendo così sparire l’arcobaleno dall’orizzonte. Per circa quindici anni, appunto, fino cioè alla pubblicazione di “Stranger In Us All”, ma questa è un’altra storia.
“Bent Out of Shape”: ovvero il sound rainbowiano marchiato dall’ugola di Joe Lynn Turner opportunamente rivisto e corretto. Nulla di rivoluzionario, gli interventi sono stati concentrati, oltre che su una migliore produzione sonora, anche sul contesto musicale, in modo da offrire, lungo tutto il suo svolgimento, un territorio stilistico adatto alle potenzialità dell’ex-Fandango al microfono, mettendo definitivamente da parte contesti da bluesman di razza nei cui panni Joe, come dimostrato in passato, non riesce a produrre performance da fuoriclasse. Quelle stesse prestazioni che, invece, vengono più facili alle prese con canzoni dal flavour più romantico, dov’é la melodia a farla da padrone, si possono citare la classica “Street Of Dreams” o la meno nota “Can’t Let You Go”. Tra i pezzi degnbi di nota ricordiamo anche la dinamica opener “Stranded” o la solidità ritmica di “Desperate Heart”. Ritchie, alla chitarra, convince e ammalia come al solito, scrivendo alcuni riff che, peraltro, riutilizzerà, chissà quanto (in)volontariamente, negli album che pubblicherà in futuro, sotto ilmonicker Deep Purple.
La line-up ovviamente cambia anche in quest’occasione. Alla batteria arriva il bravo Chuck Burgi, a sostituire l’ottimo Bob Rondinelli, ma alle tastiere rimane il valido David Rosenthal, con le sue linee intelligenti e spesso suggestive, vedi “Snowman”, rivisitazione del brano scritto da Howard Blake (che è poi lo stesso che i Nightwish ribattezzeranno “Walking In The Air”).
“Bent Out Of Shape” è dunque un buon album, niente per cui strapparsi i capelli, almeno certo non più oggi, ma senz’altro un’opera da non sottovalutare. Si dirà, come si è fatto in passato, che non sono dischi come questi ad aver scritto pagine memorabili della storia dell’Hard Rock/AOR, ma è altrettanto vero che è anche grazie ad episodi come questo “Bent Out Of Shape” che l’enciclopedia dell’hard rock più melodico è tanto piacevole quanto effettivamente è.

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