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L’America, questo male incurabile

Quinto album per i Rainbow di Ritchie Blackmore, quinta serie di cambi di formazione: arrivano Don Airey alle tastiere, Bob Rondinelli alla batteria, e con loro arriva pure il terzo nuovo cantante della band, Joe Lynn Turner, dentro per sostituire il defezionario Graham Bonnet.
Inseguendo il successo delle grandi masse, dei grandi numeri, in poche parole americano di nome e di fatto, l’ammorbidimento del sound che era già presente su “Down On Earth” si completa proprio a partire da questo “Difficult to Cure”.
Fungono da ottimo manifesto sia l’opener “I Surrender” (una cover, del solito Russ Ballard), sia l’up-tempo melodico “Spotlight Kid”: due ottime hard rock song che mettono in bella mostra il talento vocale di Turner (dubbi invece permarranno sulle sue movenze on-stage, piuttosto innaturali e buffe…) e la sua estrazione vicina all’AOR, complice una spiccata propensione per melodie più romantiche e passionali. L’obiettivo di Blackmore era quello di conquistare il Nuovo Continente anche con l’Arcobleno, e certi territori, oggi come allora, li si può raggiungere solo con canzoni che risultino efficaci già dai primi ascolti. Questo album, di canzoni così, ne ha diverse, ma il fatto che gran parte dei pezzi qui inclusi sia riuscita a mantenere una propria efficacia anche sulla lunga distanza temporale è una conferma della bontà del lavoro che può farsi anche alle prese con un proposta più spontanea e meno cerebrale.
Certo, la suggestività dei panorami tradotti in musica va un po’ a farsi benedire, ed è proprio per questo che i fan del primo periodo, non riconosceranno più i Rainbow.
E come dargli torto.
“Difficult To Cure”, si rivela come un album che sa coniugare immediatezza e melodia ad arrangiamenti ben curati, non rinunciando a imperdibili momenti strumentali che riescono a tenere lontanissima la noia: “Vielleicht Das Nachste Mal (Maybe Next Time)” e “Difficult To Cure”, un’interpretazione chitarristica da antologia la prima e l’Inno alla Gioia di beethoveniana memoria in chiave Blackmore la seconda, dimostrano quanto detto – oltre a riaffermare, nuovamente, la maestria delle interpretazioni del Man In Black, ovvio.
Qualche filler c’é, perché negarlo (“Midtown Tunnel Vision” non è esattamente la miglior performance del buon Turner, e la cover “Magic”, probabilmente, era trascurabile): ma perché negare che questo disco, dopotutto, ci piace?

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