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    Rainbow

    Data di uscita: 01-01-1978

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L’ultimo rock’n’roll dei primi Rainbow

A due anni di distanza da Rainbow Rising, nel 1978 torna a farsi vivo Ritchie Blackmore insieme alla sua nuova brigata, con un album che già lascia intravedere, pur rimanendo fedele a un certo concetto di sound, qualche accenno alla transizione che dalle velleità epiche e maestose del primo periodo della band avrebbe portato verso una proposta più immediata e facilmente assimilabile.
A quanto è dato sapere, già durante la lavorazione di questo disco iniziano a farsi sentire gli attriti tra Ritchie e Ronnie James Dio, derivanti dalle diverse opinioni dei due circa il futuro della band, con il primo intenzionato a conquistare l’America, per forza con sonorità più immediate, e il secondo, invece, fermamente determinato a proseguire sulla strada seguita fino a quel momento – che infatti, oggi possiamo dirlo, Ronnie non ha mai più abbandonato.
Il disco si apre con la batteria di Cozy Powell e l’ennesimo riff immortale di Blackmore a introdurre la title track, un inno in veste di hard rock grintoso e robusto ma orecchiabile senza essere banale, sicuramente uno degli highlight del disco. Il quale non lesina di elargire una nuova lezione in materia di anthem epici, con la suggestiva “Gates Of Babylon”, sulla scia della “Stargazer” che fu, che si rivela forse ancor più elaborata e curata, dotata di un break centrale strumentale da far ascoltare a tanti, smemorati, fan del rock neoclassico. Dedichiamo invece a tutti gli amanti del power metal, la veloce “Kill The King”, heavy rock adrenalinico, per forma e struttura assolutamente perfetto ed equilibrato. Non mancano nemmeno momenti totalmente dedicati alla melodia e ad atmosfere più soavi, vedi la toccante “Rainbow Eyes”, quasi un’evoluzione del concept sonoro di “Catch The Rainbow”. Tutti classici, è ovvio.
Il resto del disco, quello più semplicemente rockettaro, non si assesta tuttavia sugli stessi livelli qualitativi: “L.A. Connection” è grintosa, ma di adrenalina nelle vene ne scorre pochina; “Lade Of The Lake” si fa ascoltare con piacere ma emoziona poco; infine, “The Shed (Subtle)” allunga il minutaggio ma nulla aggiunge, rischiando però di togliere qualcosa, al giudizio complessivo del disco. Tutto hard rock senza infamia e senza lode, suonato, comunque, da grandissimi maestri del genere.
Il giudizio complessivo è senz’altro positivo, ma lo sarebbe stato ancor di più con qualche filler (non si sa se tale per intenzione o per risultato) in meno.

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