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  • Rainbow: Ritchie Blackmore’s Rainbow

    Rainbow

    Data di uscita: 01-01-1975

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Un side-project diventato leggenda

Che l’arcobaleno segua una tempesta è una dato naturale noto a tutti.
Così come in natura, anche le vicende personali e artistiche seguono a volte la stessa regola: dopo il passaggio di colui che la tempesta l’arreca, “Stormbringer”, c’é chi può ritrovarsi stanco e offeso da alcune scelte di compagni di band e amici con i quali si è condiviso circa un lustro di grandi successi. Come Ritchie Blackmore, per esempio, che nel 1975 mostra segni d’insofferenza nei confronti dei “suoi” Deep Purple. I motivi? Un po’ l’insoddisfazione suscitata dallo stesso “Stormbringer”, un po’ perché la band aveva scartato una canzone scritta dal chitarrista e aveva inoltre rifiutato di registrare “Black Sheep Of The Family”, una cover (dei Quatermass, A.D. 1970) proposta dallo stesso Ritchie. Intenzionato a renderla pubblica ugualmente, Blackmore chiama gli Elf (senza il chitarrista Dave Feinstein), di Ronald James Padovano, in arte Ronnie James Dio, e registra il pezzo, da pubblicare come singolo a cui si sarebbe dovuto affiancare “Sixteenth Century Greensleeves”.
Cambiando, si sa, la delusione è dietro l’angolo. Altre volte, però, la sorte può arridere al coraggio e creare un’intesa tra cinque persone che spinge gli stessi a proseguire sulla strada appena intrapresa, pubblicando non solo un singolo, ma un album vero e proprio. Le cose possono poi disporsi in modo tale da spingere verso la creazione non di un progetto parallelo, ma di una band vera e propria.
The Man in Black abbandona quindi i Deep Purple e dà ufficialmente vita ai Rainbow.
Oggi come allora il biglietto da visita di “Ritchie Blackmore’s Rainbow” (con il nome del chitarrista inserito all’epoca per comprensibili ragioni promozionali) è rappresentato da pezzi che espongono in maniera diretta, efficace e sicura il carattere della band, fatto sì di hard rock di razza, come in “Man On The Silver Mountain”, e da velleità hard più pompose, “Sixteenth Century Greensleeves”, ma capace anche di offrire momenti soavi, vedi “Catch the Rainbow”, e atmosfere più delicate che arrivano con “The Temple Of The King”.
In mezzo, l’allegra e grintosa cover di cui sopra, lo scanzonato rock’n’roll di “If You Don’t Like Rock’n’Roll”, la torrida “Snake Charter” e il blues di “Self Portrait”. In chiusura, “Still I’m Sad” (cover degli Yardbirds), qui in versione pressochè strumentale.
Col senno di poi questo disco può non apparire come la migliore rappresentazione delle qualità di una band che, in virtù di un sound che grazie alla commistione di hard rock e ambientazioni fantasy, presenti peraltro anche in questo platter, ha creato uno spazio artistico che forse prima non c’era o era comunque diversamente definito. Il lavoro della band è qui già su alti livelli, ma per riusicre a lasciare il marchio indelebile sul panorama hard’n’heavy mondiale che ha effettivamente lasciato, avrà bisogno di un po’ più di tempo.

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