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Come preannunciato, la 50esima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro quest’anno porta in concorso alcuni film on the road. “Raíz” (“radice” in spagnolo) rientra perfettamente nella definizione di questo genere mitico che non manca mai di toccare le nostre corde più intime, e spesso ignorate dai filmmaker meno capaci e attenti.

Quando il personaggio di una storia di mette in viaggio non è mai per capriccio né per noia. In “Raíz” due anime giovani e distanti si trovano e partono per un viaggio difficile quanto necessario: i protagonisti sono Amalia, ventiseienne che arranca nella sua nuova vita indipendente, e il piccolo Cristóbal, che ha appena perso la madre. Senza più una famiglia, Cristóbal vorrebbe stare con il padre, di cui si sono perse le tracce. Solo Amalia sarà disposta a aiutarlo in questa ricerca senza una meta precisa per le campagne del sud del Cile.

Un film quasi privo di musica, e dai dialoghi sommessi, per lasciare spazio ai rumori del vento e della strada. Il viaggio è anche una necessaria tregua: si rimanda ogni decisione alla prossima tappa, così nel mentre c’è più tempo per i rapporti umani. Se prima di partire Cristóbal non era di nessuna importanza per Amalia, la ricerca di suo padre assume presto più importanza che non, ad esempio, l’affitto arretrato da pagare. E Amalia avrà la sua propria “ricerca” da affrontare al ritorno.

La “radice” del titolo, fra tutti i suoi significati simbolici, si riferisce anche al paesaggio e alla storia stessa del Cile. Il territorio circostante è l’altro compagno di viaggio dei due protagonisti: il tempo atmosferico inclemente, i boschi, il fiume, ripresi in dettaglio dalla bella fotografia in luce naturale. Solo accennato, invece, il richiamo alle popolazioni precolombiane, quando il piccolo Cristóbal domanda a Amelia che fine ha fatto chi abitasse lì prima dei cileni.

Più del viaggio on the road, questo ritratto del Cile meridionale è stato il motivo scatenante di questo film per il regista Matías Rojas Valencia. Trasferitosi al sud da piccolo, per Rojas il contesto geografico di quei posti è stato tanto ostile da doverlo esorcizzare ora al suo lungometraggio di esordio. Tanto è vero che parte del film possiamo definirla documentaria, con attori non professionisti che vivono in quei luoghi e raccontano la loro storia vera e propria (esempio lampante l’eremita signora Chela che vive nel bosco ma conosce tutti gli abitanti della città di Puerto Varas).

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Contro

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