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Ralph Spacca Internet | Incontro con i registi Rich Moore e Phil Johnston

Ne avevamo avuto un’anticipazione già a luglio quando arrivò a Milano il produttore Clark Spencer a presentarlo, ma ora “Ralph spacca Internet” (qui la recensione) sta per invadere le sale e a parlarci del film ci hanno raggiunto a Roma i registi Rich Moore e Phil Johnston, che hanno ripreso i personaggi di “Ralph Spaccatutto”, da loro diretto più di sei anni fa.

La storia del primo film era ben conclusa ma riprende nel nuovo film, anche qui sei anni dopo, introducendo una nuova avventura: dal mondo dei videogiochi  si passa a quello di internet.

I servizi come persone; Internet come un’antica Roma

Se la storia cambia, non cambiano però le chiavi di lettura e le scelte espressive degli autori. Rich Moore ci ha raccontato che, ad esempio, l’idea della personificazione delle caratteristiche di internet (come la barra di ricerca sovrastimolata dall’autocompletamento, i tweet letteralmente cinguettati da uccellini, i pop-up pubblicitari che infastidiscono i navigatori) viene direttamente dal primo film, quando gli autori compirono la stessa operazione già sulle entità della sala giochi, rendendo i mondi dei videogame posti analoghi a quelli che visitiamo quotidianamente: «Volevamo fare lo stesso con Internet, ma la cosa si è rivelata molto più complicata del previsto. Noi avevamo inizialmente un’idea vaga, ma parlando con un sacco di esperti abbiamo capito che Internet non è una cosa astratta che galleggia in aria: è una cosa molto tattile, fatta di grandi server e migliaia di chilometri di cavi». Il co-regista Phil Johnston ha aggiunto: «La struttura di Internet ci è sembrata formata come una città antica: al centro le reliquie delle prime epoche, e in periferia le aggiunte piú moderne. Gli animatori e gli scenografi hanno studiato la stratisficazione storica di città come Roma e Istanbul per ricrearne i passaggi evolutivi e applicarli a Internet».

Le meraviglie della tecnica

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Il mondo iperdettagliato che illustra il nostro world wide web è visivamente impressionante ed è costato tanto impegno e tanta ricerca tecnologica alla produzione del film. Moore, che è un veterano dell’animazione (ha esordito alla regia delle prime stagioni dei “Simpson” nel 1990), ancora si stupisce di come sia stato possibile questo risultato: «Nell’industria dell’animazione è cambiato così tanto dai tempi dei “Simpson”. Oggi sono possibili cose incredibili da immaginare trent’anni fa. In questo film abbiamo fatto cose impossibili anche solo sei anni fa per il primo film di “Ralph”. Ai tempi dei “Simpson” la tecnologia a disposizione era sostanzialmente dello stesso livello di quella dei tempi di “Pinocchio” (1940). Oggi invece riusciamo a inserire milioni di personaggi in una sola scena, è quasi impensabile! Non ho proprio idea di dove saremo capaci di arrivare in futuro. È eccitante e anche spaventoso cercare di immaginarlo, ma credo che non avremo paura di spingerci fin dove ci permetterà la nostra mente. Questa era la filosofia di Walt Disney stesso: spazio al talento e alla visione dei suoi collaboratori e totale apertura alle potenzialità della tecnica».

Per Johnston la sfida più difficile però è andata oltre la tecnica: «Internet è un posto immenso che cambia velocemente, già adesso è diverso da come era dieci minuti fa. Dovevamo illustrarlo, sì, ma dovevamo anche conciliarlo con storie emotivamente rilevanti che coinvolgessero i rapporti fra i personaggi e rispecchiassero la personalità umana che, a differenza della mutevolezza di Internet, si manterrà anche da qui a cent’anni».

Sulle spalle dei giganti, o… coi giganti sulle spalle!

Se i prodotti Disney sono così riconoscibili, il rischio è che gli artisti abbiano difficoltà a far emergere la loro voce e distinguersi pur adattandosi ai modelli collaudati. Allo stesso modo ai film Disney lavorano centinaia e centinaia di persone e c’è il rischio di perdere un punto di vista coerente nel raccontarli. «Ma va detto che, quando cominciamo a lavorare a un film, non siamo cosí tanti; la produzione di “Ralph spacca Internet”» ricorda Rich Moore, «è iniziata con noi due che lavoravamo su un’idea molto semplice, e ci abbiamo lavorato per sei mesi, un anno, proprio per capire cosa cercavamo di dire. E dopo quella fase abbiamo dovuto salvaguardare quell’idea iniziale mentre attraversava tutti i folli passaggi produttivi di un film di questa magnitudine. Se facciamo bene il nostro lavoro, riusciamo a costruire una splendida confezione senza perdere per strada la nostra preziosissima idea».

«Cerchiamo di non pensare troppo alla responsabilità di lavorare per uno studio cosí importante» ammette Phil Johnston. «Abbiamo una tradizione alle spalle e dobbiamo onorarla. Allo stesso modo però noi raccontiamo storie di personaggi emarginati e è strano lavorarci in un contesto invece cosí iconico. Noi stessi in fondo siamo solo due stramboidi che si chiedono cosa ci fanno lì alla Disney!».

Le Principesse Disney

Ma anche quando cerchi di non pensarci, la tradizione Disney viene a cercarti nei modi più impensati. Una gag proposta con leggerezza, come il cameo delle Principesse Disney, diventa l’occasione per una celebrazione degli studios e della storia del cinema senza precedenti. Rich Moore ci racconta anche questo, con uno stupore che non l’ha mai abbandonato durante l’intervista: «Le Principesse sono icone insuperabili, al pari di Judy Garland in “Il mago di Oz” o Marilyn Monroe in “Gli uomini preferiscono le bionde” o Anita Ekberg in “La Dolce vita”. In nessun altra casa di produzione avremmo avuto un’opportunità del genere: è fantastico! Una delle attrici ci ha fatto notare che avevamo messo nella stessa stanza sia le Principesse con cui è cresciuta sua madre, sia quelle con cui è cresciuta lei, sia quelle con cui sta crescendo sua nipote. È impensabile in qualunque altro contesto. Eppure è una scena che, onestamente, è nata per scherzo ma poi è diventata qualcosa di più profondo, e ce lo hanno confermato sia il pubblico sia voi critici. Ma certi progressi emergono nei contesti piú impensabili: chi avrebbe mai potuto pensare che la reunion delle Principesse Disney sarebbe avvenuta in un film di Ralph Spaccatutto! E ne siamo infinitamente orgogliosi!»

E Phil Johnston conclude con un aneddoto: «Per cercare di immaginare la scena, la scenografa ci ha portato delle action figure delle Principesse, le ha disposte in cerchio sul tavolino e ci siamo ritrovati, di fatto, a giocare con le bambole».

 

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