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Raphael Gualazzi: Storia di un “happy mistake”

A ridosso della data romana del “Happy Mistake Tour”, abbiamo intervistato Raphael Gualazzi, un grande professionista che ci tiene particolarmente a sottolineare quanto lavoro ci possa essere dietro ad un successo internazionale. Tra qualche anticipazione sulle date del tour e sul suo prossimo disco (sarà a Sanremo 2014?), Raphael ci svela anche l’altra faccia del musicista raccontandoci del lavoro e della difficoltà di un mestiere che tutt’oggi non è sufficientemente tutelato nel nostro paese.

Una tournée che, come le precedenti, tocca sia città italiane che straniere. Il 15 ti vedremo a Roma, poi sono previste tappe in Spagna, Francia ed altre città europee. Come sono andate le prime date e com’è stato suonare nella tua Urbino?
Sta andando benissimo, sono state praticamente tutte sold out, compresa quella nella mia Urbino, e anche all’estero sto ottenendo molte soddisfazioni. Suonare nella mia città è stata decisamente una grande emozione come sempre, anche agli inizi, ancora prima del 2011 quando Sanremo mi diede questa visibilità. Suonare ad Urbino è sempre un gran piacere.

Stasera sarai all’Auditorium Conciliazione di Roma, cosa proporrai?
Nella data di Roma sarò accompagnato da una band di 9 musicisti, di cui 7 musicisti sono francesi perché ho deciso di intraprendere questo gemellaggio culturale dall’inizio del progetto, come ho fatto in Germania piuttosto che in Olanda o in Inghilterra, collaborando con altri musicisti. Con me sul palco ci saranno anche 3 coriste, tre elementi trombone, sax e tromba; ed una ritmica di altri tre elementi chitarra, contrabbasso, basso elettrico e batteria a percussioni. Molti dei miei musicisti sono polistrumentisti, è uno spettacolo colorato all’insegna del divertimento.

In scaletta a Roma che brani proporrai?
Sono molto contento di tornare a Roma, ho sempre avuto dei bellissimi concerti e riproporremo i principali successi di “Reality and Fantasy”, una selezione di brani di “Happy Mistake”, alcune rivisitazioni strumentali della canzone italiana ed alcune rivisitazioni, che ho arrangiato io stesso, della tradizione blues.

Sulle prossime date cosa vuoi dirci?
A Bergamo avremo un opening act con Marco Chiarabini, un compagno di viaggio musicale che aprirà il concerto con quattro o cinque brani chitarra e voce, e che ha fatto parte del mio sviluppo per quanto riguarda l’amore della musica blues.

Che tipo di pubblico risponde ai tuoi concerti? Che differenze noti tra il pubblico italiano e quello straniero?
In generale direi che non ci sono differenze e che il pubblico è abbastanza variegato. Ci sono giovani, adolescenti piuttosto che universitari fino a famiglie con bambini, signori maturi di una certa età. È un pubblico che ama divertirsi al di là dei generi musicali. Gente che ama sia musica jazz che non jazz, dalle vedute larghe e soprattutto ama divertirsi che è la cosa più importante della musica.

Hai scelto di distribuire il tuo nuovo lavoro, “Rainbow”, in formato digitale ma al momento è disponibile solo nel mercato italiano. Privilegio o limite del marketing?
In realtà è disponibile in release fisica anche in Francia dove costituirà la versione deluxe di “Happy Mistake”, che è già stato distribuito a partire da marzo, ma adesso redistribuito con questi quattro brani ed anche in digitale. A partire da marzo sarà anche distribuito in Germania, in Austria e nei paesi tedeschi e poi in seguito ci sarà una release anche in Canada.

All’interno dell’Ep ci sono anche due cover, “Il Mare” e “Svalutation”, come mai hai scelto proprio questi due brani?
Il mare credo che sia un meraviglioso standard della tradizione francese, quasi un inno nazionale che va a celebrare uno dei più grandi compositori francesi che è Charles Trenet. È un’importante ricorrenza di un momento della vita del grande compositore e mi sono cimentato in questa rivisitazione che aveva già un suo testo in italiano scritto diversi anni fa.
“Svalutation” trovo che sia un brano delle tematiche fortemente attuali e che sia un grande esempio di bellissima composizione in quanto ha il potere di dire delle cose verissime e, purtroppo, nostro malgrado, attualissime, quindi vicine a quelle che sono i meccanismi sociali ed economici di oggi. “Svalutation, però, riesce a comunicare tutto ciò con il sorriso sulle labbra e con una soluzione verso l’ottimismo e le cose positive, tra cui ad esempio la condivisione come unica realtà e soluzione a diversi problemi che ci affliggono dal punto di vista socioeconomico.

“Rainbow” è stata scelta come sigla di “Che Tempo Che Fa”, com’è nata questa collaborazione?

Questo è stato un brano che io avevo già composto per l’album “Happy Mistake” con Camille Dalmais, molto nota nel mercato francese, e c’era già una versione registrata in Irlanda con la Metropole Orchestra sotto la direzione di Vince Mendoza ed ho deciso di scrivere questa colonna sonora reinterpretando questo brano ad hoc per il programma.
[PAGEBREAK] Al di fuori del tuo lavoro che tipo di musica ti piace ascoltare?
Ascolto diversi generi musicali, dal jazz più sperimentale fino a quello più tradizionale e alla musica vintage, quindi soul music anni ’70 ma anche quella molto più recente, come l’avanguardia della soul music fino al pop più mainstream piuttosto che musica classica… non ho delle barriere, mi piace ascoltare di tutto!

Sappiamo che, anche grazie a tuo padre, hai avuto la possibilità di ascoltare tanta tanta musica fin da piccolo, se potessi fare un concerto con una band composta da grandi musicisti del passato con chi ti piacerebbe suonare?

Domandona! In realtà ci sono tantissimi grandi musicisti…sicuramente tutti i più grandi musicisti jazz, mi sarebbe piaciuto collaborare con Dizzy Gillespie fino aThelonious Sphere Monk, mi sarebbe piaciuto conoscere di persona Roosevelt Sykes piuttosto che Otis Spann, ma anche Django Reinhardt …

Una ipotetica band con 4 o 5 nomi?
Non ce la faccio a contenerli tutti, mi piacerebbe ma non ce la faccio!

Hai partecipato già due volte al Festival di Sanremo. Cosa ti aspetti quest’anno sul palco dell’Ariston?
Non ne ho la minima idea, ogni anno è una sorpresa! Quello che so è che è un Festival molto importante per la canzone italiana e che è rimasto l’unico momento di attenzione da parte dei media riguardo alla musica e riguardo alla nostra tradizione italiana e quello che in maniera brusca può essere chiamato il “made in Italy”, ma che in realtà viene apprezzato tantissimo all’estero artisticamente parlando e di cui dobbiamo andare orgogliosi. Mi auguro che vedremo delle cose molto interessanti e che Sanremo possa continuare ad essere una vetrina per i giovani e per le nuove proposte.

Sei un giovane che ha fatto la gavetta e non ha scelto scorciatoie come i talent…
Sai, ognuno ha il suo percorso ed ogni percorso è valido e non mi sento di dare dei giudizi su delle persone in particolare sul perché fanno certi tipi di scelta piuttosto che altre. Di sicuro il comune denominatore di tutte queste opportunità che si possono avere di visibilità è che chi lavora sodo e chi crede nei propri progetti e nei propri sogni viene inevitabilmente premiato. La cosa più difficile è essere tenaci e continuare a credere in quello che si ama anche nei momenti più difficili. Io stesso,prima di avere la possibilità di andare a Sanremo e prima di avere un contratto discografico, ho avuto dei momenti difficili dal punto di vista economico per fare questo mestiere anche perché non siamo assolutamente supportati in Italia dal sistema, Un esempio è la classe di quelli che vengono definiti dilettanti, che in realtà non lo sono perché spesso e volentieri sono persone che hanno studiato anche in conservatorio, e che si ritrovano con un mazzo di violette in mano quando escono fuori dalla scuola. Spesso e volentieri la figura di esecutore non è neanche riconosciuta fiscalmente. Se non sei compositore o autore non sei un musicista invece non è assolutamente così. Il primo che deve credere nella sua professione, nella sua passione è il musicista e deve essere tenace; poi che faccia Sanremo o un talent show o decida di stare all’oscuro per tutta la vita facendo percorsi alternativi sono scelte che non fanno la differenza e non compromettono il proprio mestiere.

Tra l’altro sei andato a vivere a Londra. Secondo te all’estero c’è più sostegno per un artista?
In generale è difficile descrivere tutte le situazioni ma sicuramente ci sono esempi diversi dall’Italia. Uno è il tipo di sostegno che lo stato francese dà ai musicisti e agli artisti se loro fanno un tot di date e, pagando le tasse, hanno poi diritto a un’assistenza da parte dello Stato. Comunque tutti i media seguono molto di più realtà come i festival jazz che crescono come i funghi in tutta la Francia dal nord al sud e che ospitano allo stesso tempo tante nuove giovani proposte insieme ad artisti internazionali. Io mi sono ritrovato ad un catering dove poteva esserci Pat Metheny piuttosto che Chucho Valdés a mangiare in un piatto di plastica però suonavano nello stesso festival jazz superprestigioso…Cassandra Wilson piuttosto che altri nomi che non ti sto a citare per non essere enciclopedico. Sicuramente per la mia esperienza in Germania, Svizzera ho visto tanta attenzione da parte dei media su cosa succede musicalmente, mentre spesso, purtroppo, in Italia le occasioni mediatiche sono troppo povere.

Paradossalmente all’estero sei conosciuto al pari di Eros Ramazzotti, Tiziano Ferro e Laura Pausini. Che cosa ti accomuna a questi artisti?!
Sicuramente faccio un genere di musica che può essere per alcuni aspetti differente da questi grandi nomi che hai citato, io ho della stima professionale e rispetto i miei colleghi qualsiasi tipo di musica essi facciano perché c’è tanto lavoro che non si vede dietro ad ogni progetto internazionale, dal punto di vista delle energie investite, e credo che ogni artista sia rispettabile se crede e ama quello che fa. Non credo ci siano dei punti in comune o delle formule per diventare internazionali. Per quanto mi riguarda il primo album l’ho prodotto in lingua inglese, il secondo e il terzo in lingua sia inglese che italiana, perché la nostra lingua è bellissima e già ultramusicale per conto suo quindi è molto difficile mettere una musica su delle parole italiane che sono già una musica a sé. Credo che sia importante al di là della musica nella vita, riuscire a parlare almeno un’altra lingua, meglio due, perché non è soltanto un fatto linguistico ma un’apertura rispetto a delle culture che ci fanno vedere diversi punti di vista, più o meno lontani dal nostro sistema cattolico-cristiano ed in generale mediterraneo.

Hai già del materiale per un nuovo disco o al momento sei completamente immerso nella tournée?
Durante la tournée sto scrivendo nuovi lavori e sono convinto che nel 2014 oltre alla release di “Happy Mistake” in Germania, ci sarà un nuovo album in Italia e di conseguenza in altri paesi.

Non puoi dirci se parteciperai a Sanremo?

Mi piacerebbe potervelo dire ma credo che la cosa più importante per Sanremo sia avere dei pezzi belli. Credo, con la massima umiltà, che i primi due brani che ho portato nel 2011 e nel 2013 erano dei bei brani. Sanremo è il Festival della canzone e penso che, se ci sia la possibilità e i tempi tecnici per poter accedere a Sanremo, sia doveroso proporre dei bei brani, a prescindere dai generi musicali che si decide di portare, perché poi anche lì io cambio sempre direzione. La canzone deve essere bella perché è un momento di visibilità per la musica ed è un dovere quasi intellettuale qualsiasi genere musicale si scelga: è tutta positività che ci arriva, che arriva a chi la suona, a chi la riceve e a chi la ascolta. L’ispirazione è sempre dietro l’angolo ed è una cosa imprevedibile.

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