Home > Recensioni > Ready Player One

Steven Spielberg, probabilmente, non stava aspettando altro da tempo: trovare un testo da adattare che gli permettesse di mettere un punto fermo all’overdose nerd-citazionistica Eighties in voga da almeno un lustro (forse di più), della quale, insieme ai colleghi e amici Lucas, Dante, Donner, Zemeckis, è stato l’ideatore e l’iniziatore. Quel “potere alla fantasia” che detronizzò la Nuova Hollywood dallo scranno di qualità e anticonformismo che aveva raggiunto, e che mai più tornerà all’ombra delle colline californiane perlomeno in quella misura, per elevare il cinema per ragazzi, fino a quel momento appannaggio dei film “per famiglie” in live action della Disney e poco altro, a detentore dell’immaginario collettivo. Con “Guerre stellari”, “E.T.”, la saga di Indiana Jones, Spielberg e Lucas riconsegnano il potere economico alle majors e ai grandi Studi, per un decennio in crisi netta e incapaci di rivolgersi al nuovo pubblico cresciuto CON il cinema, ma lo fanno nella maniera migliore possibile, elevando i generi e gli effetti speciali visivi a costruttori di Immaginario, talmente potenti narrativamente e visivamente da generare culti e mode che ancora oggi, appunto, influenzano le generazioni anche successive a quella degli attuali quarantenni, contemporanei di quella (contro)rivoluzione.

A Spielberg arriva a casa il libro “Ready Player One” di Ernest Cline, bestseller mondiale, e si accende la scintilla: ecco il veicolo per innescare una gigantesca riflessione sulla cultura pop, sull’avvento dei social network, sulle passioni videoludiche, sull’incontro/scontro tra reale e virtuale vero terreno di sfida della fantascienza contemporanea, da “Matrix” dei Wachowski passando per “Avatar” di Cameron. Basta una veloce sinossi, questa assolutamente assimilabile tra testo e opera filmica, per rendersi conto della perfezione simbolica di questo racconto in relazione a quando appena detto: nell’anno 2045, la realtà è un brutto posto. Gli unici momenti in cui Wade Watts (Tye Sheridan) riesce a sentirsi davvero vivo sono quelli che trascorre connesso a OASIS, il vasto universo virtuale dove gran parte dell’umanità passa le sue giornate. Quando l’eccentrico creatore di OASIS James Halliday (Mark Rylance) muore, un video diffonde una serie di complicati indovinelli basati sulla sua ossessione per la cultura pop del passato. Chiunque riuscirà a risolverli per primo erediterà la sua immensa fortuna e il controllo di OASIS. Wade riesce a scovare il primo indizio, e subito si ritrova assediato da rivali pronti ad uccidere pur di sottrargli quanto conquistato. L’unico modo per sopravvivere è vincere …

Non vi toglierò in nessun modo il piacere di scoprire da voi le centinaia di creature, personaggi e citazioni nascoste negli angoli delle ampie e ricchissime inquadrature, con una CGI realizzata dai soliti geni della ILM (Industrial Light & Magic), braccio armato (di creatività) dell’impero Lucasfilm, che eleva ancora di più il suo standard, rendendo l’esperienza in visione Imax 3D, per chi potrà usufruirne, degna di ricordo imperituro, come non accadeva dai tempi proprio di “Avatar” in un blockbuster.

Il mondo (o meglio, la sua periferia) è un cumulo di rovine, i tradizionali campeggi per roulotte della profonda America “white trash” hanno invaso anche le città, ma nessuno guarda più la realtà in cui vive. In un meraviglioso movimento di macchina iniziale (con, in sottofondo, “Jump” dei Van Halen, a scaraventarci immediatamente nell’atmosfera anni Ottanta) attraversiamo questo cumulo di cubicoli di metallo impilati, quasi traballanti, uno sull’altro, ed osserviamo la (non) vita dei loro abitanti. Tutti muniti di caschetto, tutti impegnati a fare movimenti apparentemente astrusi che hanno senso in un mondo altro, architettato da un uomo, un sognatore, che sta facendo giocare il mondo intero al suo gioco. Spielberg come il miliardario Halliday quindi, interpretato con ieratico distacco da Mark Rylance ormai collaboratore fisso del regista di Cincinnati, ma non solo.

Siamo a Columbus, Ohio, lo stesso Stato di Cincinnati, il protagonista Watts porta gli occhiali, sente il bisogno di evadere dalla spaventosa, ai suoi occhi, quotidianità familiare, poco approfondita anche perché praticamente rimossa, quasi si facesse fatica a raccontarla e metterla in immagini, nell’ALTRO mondo, il sogno a occhi aperti, dove arriva ad essere un campione invidiato dalle masse. Spielberg come il giovane Wade, quindi, ma non solo.

Una porzione della personalità e delle inclinazioni di Spielberg è davvero in ogni angolo di questo film più complesso e meno superficialmente giocoso di quanto possa sembrare a prima vista, anche se, state pur tranquilli, c’è da divertirsi parecchio, con un ritmo forsennato (forse anche troppo) che non cala mai dall’inizio alla fine,  con tre sequenze su tutte che s’impongono per la loro forza spettacolare. La corsa con le macchine iniziale, che si svolge in una sorta di replica virtuale di New York stracolma di ostacoli e mostri (T-Rex, fossati, spunzoni e una gigantesca creatura finale che non vi anticipo), la battaglia finale affollata e iperbolica, dove NESSUN soldato è solo una comparsa ma è detentore anche di una piccolissima porzione di quell’immaginario, e un omaggio centrale al maestro e amico Stanley Kubrick che vi farà rabbrividire di gioia e spavento, una sequenza che meriterebbe quasi da sola il prezzo del biglietto.

Con una così marcata complessità visiva e simbolica, è quasi obbligatorio che sia l’aspetto narrativo a segnare qualche volta un po’ il passo, abbandonandosi a snodi di racconto troppo frettolosi e pasticciati, o a personaggi che necessiterebbero magari di maggiore approfondimento, e qui interviene la base romanzesca a salvare spesso capra e cavoli, fornendo il dovuto appoggio. Il film parte come una sorta di fusione tra Willy Wonka e Matrix, con significative differenze e aggiornamenti rispetto ai modelli: il biglietto d’oro (qui “easter egg”, dalla terminologia prima videoludica poi mutuata anche dall’home video dell’audiovisivo) non è un ritrovamento casuale e affidato al Fato e alle probabilità ma deve essere meritocratico, mentre il mondo virtuale non è più prigione da cui evadere ma oasi in cui rifugiarsi. Cambiamenti significativi, segno di una gran capacità di tastare il polso del contemporaneo, anche oggi, anche a 71 anni.  Il racconto ha echi “starwarsiani” (l’evoluzione del protagonista, la scansione narrativa di tanti momenti, specie l’ultima battaglia, con una squadra impegnata a disattivare uno scudo in montaggio parallelo con i fanti impegnati sul campo di battaglia), mentre l’avatar del protagonista si chiama Parzival, come il cavaliere che cercò il Sacro Graal (non devo certo ricordarvi la trama di “Indiana Jones e l’ultima crociata”, vero? Il film che CHIUDE gli anni 80 spielberghiani?).

Abbiamo detto molto e allo stesso tempo praticamente nulla, ma v’invitiamo davvero, questa volta più ancora di altre, a fruire del film all’interno di una sala cinematografica, che è quella che ha formato il vostro gusto, dove avete imparato a sognare a occhi aperti, dove siete fuggiti da una triste realtà per immedesimarvi in ragazzini alla ricerca di un tesoro nascosto in un galeone, in ragazzi di pianeti di periferia che con una spada laser contribuiscono a cambiare il destino dell’universo, in giovani futuri archeologi in bilico sul tetto di un treno del circo in corsa, in ragazzi a spasso nel tempo a scoprire il passato della imperscrutabile generazione dei genitori, Glielo dovete, a Spielberg, almeno questa volta: poi, forse, potremo crescere tutti davvero, o magari anche no.

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