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Reazioni e pronostici

Ritorniamo sul caso Vividown di cui ci siamo occupati la scorsa settimana.
Il caso è quello della condanna, emessa dal Tribunale di Milano, nei confronti di tre dirigenti di Google Italia perché, non avendo di fatto impedito ad un utente di caricare un video sul pestaggio di un bambino down, avrebbero leso la privacy del minore. La pronuncia non ha precedenti in nessuno degli svariati Stati coperti da Google.

Le motivazioni del provvedimento usciranno tra qualche mese. Nel frattempo possiamo tracciare due possibili ed alternative direzioni.

Se la sentenza affermerà la responsabilità dei dirigenti sol perché non hanno vigilato ed esercitato un attento controllo su ogni singolo contenuto caricato sulla piattaforma, sia esso un testo, una foto, un file o quant’altro, è molto verosimile che nessuno offrirà più la possibilità agli utenti di commentare o di relazionarsi con strutture interattive di siti. Infatti, si tratta di un’attività praticamente impossibile per qualsiasi gestore di piattaforma, per quanto organizzato possa essere.

Al contrario, secondo l’avvocato che ha difeso i dirigenti di Google, sarebbe passata solo la tesi della lesione della privacy non autorizzata. In parole povere, Google sarebbe responsabile solo perché il video sarebbe stato caricato senza il consenso dell’avente diritto.
In questa seconda, e meno infausta, ipotesi, Big G e qualsiasi altro portale potrebbero esonerarsi dalla responsabilità, per ogni contenuto illecito caricato dagli utenti, sol con un semplice disclaimer (ossia un avviso, rivolto a chi pubblica il file o il testo, che gli ricordi la necessità di raccogliere il previo consenso del titolare dei diritti) e con la previa autorizzazione (nel caso di dati sensibili) del Garante della Privacy. È una soluzione formalistica che salva capra e cavoli, ma che ovviamente, e come spesso succede, tenta di trovare un parafulmine
ad una situazione di difficile gestione pratica.
Tuttavia, anche in questo secondo caso, l’individuazione dei dati sensibili non è sempre agevole e, comunque, richiede sempre un previo vaglio di tutti i contenuti uploadati.

La sentenza ha già suscitato lo sdegno del popolo della rete e di quanti da sempre stigmatizzano l’ignoranza degli attuali tribunali ogni volta che sono chiamati a giudicare i fenomeni del web. Lo stesso ambasciatore statunitense in Italia ha detto “Siamo negativamente colpiti” e, riportandosi ai recenti discorsi di Obama e di Hilary Clinton sulla libertà in rete, ha precisato: “Non siamo d’accordo sul fatto che la responsabilità preventiva dei contenuti caricati dagli utenti ricada sugli Internet Service Provider (…). Il principio fondamentale della libertà di internet è vitale per le democrazie che riconoscono il valore della libertà di espressione e viene tutelato da quanti hanno a cuore tale valore“.

Tra i commenti del mondo politico, invece, spicca quello di Gasparri che, in controtendenza, ha commentato quella che secondo lui è “una sentenza esemplare“. “La dignità della persona – ha continuato il politico – è stata calpestata evidentemente per incuria e Google non ha vigilato e collaborato per rimuovere in modo tempestivo contenuti violenti“, evidentemente ignorando che la cancellazione del video è intervenuta dopo poche ore dalla segnalazione.

La direzione di Google, invece, continua a sostenere l’estraneità dei tre dirigenti, i quali non hanno certamente né picchiato il compagno di classe, né hanno girato il video incriminato, né lo hanno caricato su Youtube.
L’Italia, di fatto, sta andando contro la disciplina europea che regola le comunicazioni sul web e che stabilisce espressamente l’assenza di responsabilità dell’intermediario.

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