Home > Recensioni > 10.000 A.C.

All’alba della civiltà

Campione del budget faraonico e dello strapotere tecnologico, Roland Emmerich torna oggi, a distanza di quattro anni dall’apocalittico “The Day After Tomorrow”, rispettando in pieno il copione imposto dal suo curriculum artistico: effetti sbalorditivi e plot di linearità quasi grottesca. Perché va da sé che un film come “10.000 A.C.” sia da vedere con il giusto spirito, tra popcorn e materia grigia piacevolmente in stand-by. Il cinema come rollercoaster, insomma: nulla di male, specie quando sul grande schermo (e qui c’è un fattore importante: queste pellicole impongono la visione cinematografica) gli artifici elettronici sanno essere così convincenti, sbalorditivi, quasi tangibili (la ricostruzione dei mammut ha del miracoloso, specie nelle sequenze di carica). Poi, certo, c’è la trama: un vago canovaccio fantastorico di verosimiglianza nulla e di presa ancor minore (eroe solitario, fanciulla rapita, scontro tra civiltà, fiere belve), ancorché di didascalismo un po’ puerile. Il giovane cacciatore D’Leh (Steven Strait) ama Evolet (Camilla Belle), una fanciulla straniera ritenuta foriera di una terribile profezia; dei predoni a cavallo di ignota provenienza e lingua sconosciuta la rapiscono, con molti altri sventurati, e saccheggiano il villaggio di D’Leh, che parte con un manipolo di compagni all’inseguimento della barbarica orda, in un intreccio che si muove tra “Apocalypto” e “Il Tredicesimo Guerriero”.
Banale, forse, poco credibile, certamente. Ma non è ciò che si cerca nel cinema di Emmerich – e rispetto a baggianate come il pretenzioso “Independence Day” siamo comunque un passo avanti.
Il film, però, nonostante la piacevole ed intrigante (parziale) continuity con “Stargate”, tra civiltà protoegiziane, misteri astrali, dei veri o presunti, non convince pienamente neanche quando è l’action puro a venire a galla, specie perché i personaggi sono poco identificabili (semisconosciuti gli attori, simili costumi e fisionomie) e l’azione si svolge spesso in spazi labirintici e privi di reali punti di riferimento, col risultato che la suspense, notoriamente legata all’attesa e alla percezione di un pericolo, s’inceppa a più riprese. Il montaggio frenetico, quando il campo si restringe, non giova.
Peccato, perché fino al finale onestamente irritante, il film si lascia guardare con un certo stupito piacere, specie grazie ai citati, faraonici, effetti speciali e alla magnifica fotografia degli spazi aperti.

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