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Io odio, questo il verbum

Remake in terra russa de “La Parola Ai Giurati” di Sidney Lumet, “12″ di Nikita Mikhalkov ha fatto arricciare il naso a più d’un critico, che lo hanno definito “una gran furbata” perché, forse in maniera un po’ sfacciata, ha la pretesa di sollevare le “importanti questioni umane di cui Dostoesvkij, Tolstoj e Cechov erano tanti infatuati” – parola del regista. 153 minuti di crescente tensione, con lo sguardo incollato allo schermo, che ci presenta una scena quasi unica: la palestra di una scuola, piuttosto degradata, in cui 12 giurati devono decidere la sorte di un ragazzo ceceno che ha ucciso a coltellate il padre adottivo russo.
I 12 giurati rappresentano una sezione trasversale della società russa contemporanea, lacerata dal conflitto ceceno e spazzata dai venti poco democratici di Putin; negli occhi, nella voce ferma di ognuno di essi, percepiamo rancori, solitudini disperate e desiderio di vendetta sociale; ognuno ha qualcuno da odiare, in una società basata sul principio del privilegio/autorità/repressione nelle mani di un ceto dirigente che conserva l’autoritarismo del regime stalinista. Il massacro psicologico perpetrato dai giurati esce dalla palestra-tribunale e ascende al livello di discussione sui valori di umanità e obiettività – quest’ultimo diviene sempre più sfuggente per la pluralità dei punti di vista, ognuno dei quali è portatore di una verità relativa, e per questo, più umana. Mikhalkov insiste sul dramma e lo prosciuga del patetismo; la spettacolarità ha come contrappeso il rigore, la perfetta macchinazione della squadra di attori, incredibilmente realistici. Dov’è il buonismo? I flashback di guerra contribuiscono a rendere meno claustrofobica la visione, mentre gli inserti poetici sembrano fuori luogo, sono avulsi dalla narrazione, e quindi forzati – dispiace e stupisce, perché ricordiamoci che i russi, insieme ad un certo filone del cinema orientale, sono capaci di poesia cristallina.

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