Home > Recensioni > 27 Volte In Bianco

E la ventottesima…fu quella buona!

Jane è una ragazza newyorchese che si divide tra lavoro e matrimoni, ai quali è richiestissima come damigella d’onore. Il suo punto debole sono gli annunci matrimoniali, che ritaglia dai giornali e custodisce gelosamente, così come i ben 27 orribili vestiti da damigella, nell’attesa di sostituirli, un giorno, con l’abito da sposa, a coronazione del suo sogno segreto. La sua è una vita spesa ad organizzare la vita degli altri: quella del suo capo, George, di cui è segretamente innamorata, e quella di tutte le spose per le quali, senza mai dire no, si occupa di tutto, dalla lista di nozze alla torta, fino a reggere il loro vestito mentre fanno la pipì. La sorella, una sorta di Crudelia Demon bionda ossigenata e mascellona, le soffierà l’amatissimo George. Ma poi, per la sognatrice Jane arriverà finalmente il principe azzurro, nelle vesti di un giornalista senza scrupoli con la faccia da “bello” (anche se ricorda vagamente topo Gigio), che guarda caso è l’autore degli inserti matrimoniali strappalacrime. Happy ending con 27 damigelle d’onore, le spose che ora sono tutte per Jane.
Singles di tutto il mondo, stressate da overdosi di lavoro in ufficio, che fate i conti con la vostra solitudine la sera, quando tornate a casa, c’è ancora speranza! È questo il messaggio lanciato dalla regista Anne Fletcher e dalla sceneggiatrice Aline Brosh Mckenna, che ha scelto di raccontare la crescita un po’ ritardata di una donna che scopre quali sono i cambiamenti da apportare alla sua vita e a se stessa per poter passare da damigella a sposa. Eh, gli americani sanno scrivere i soggetti in quattro righe. Insomma, da un lato una grande professionalità, dall’altro l’assoluta insulsaggine della creazione artistica. Esclusi i grandi autori (termine da maneggiare con cura in Italia) il cinema americano sembra un grande supermarket di prodotti preconfezionati, ognuno con le sue caratteristiche riconoscibilissime, e tutti con lo stesso sapore, un po’ come i panini di McDonald. Sembra quasi che gli americani siano spaventati da tutto ciò che non risulta catalogabile.

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