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Il caos siamo noi

Guido-Mastroianni, qui più che mai alter-ego di Fellini, vuole chiarire se stesso cercando di mettere ordine nell’intricata rete di rapporti che lo legano, in maniera talvolta insopportabile eppure indissolubile, alla moglie, all’amante, ai produttori. Ma poi si rende conto che il vero senso di tutto sta nell’accettare tutte le creature, vere e fantastiche, che compongono la nostra personalità, nell’inserirsi, letteralmente, nella scena finale, in quel festoso girotondo che nasconde la confusione della vita. Il merito di Fellini è quello di riuscire ad essere immaginifico e reale al tempo stesso, grazie all’osmosi tra conscio e inconscio. Si tratta di tradurre la fantasia mantenendo la facoltà visionaria. I “motivi” ricorrenti del soggetto-autore sono la Donna, la Chiesa, Rimini, il Cinema, il Circo, le mistificazioni di una società abbrutita, e più in generale, il problema della vita come ingorgo, il tentativo di capire qualcosa in questo caos, null’altro che noi stessi e la realtà plasmata dalla nostra sensibilità. La narrazione è chiara: al centro dell’azione c’è un personaggio la cui analisi psicologica è l’unico criterio che segue lo sviluppo dell’azione. Un capolavoro che non rinuncia al realismo, di cui fanno parte anche le sequenze sognate o immaginate, perché si pongono come ulteriore chiarificazione della psicologia del protagonista, non come simboli astratti da interpretare. Lo stile è grottesco ma severo, più maturo di quello della “Dolce Vita”, ma non ancora venato dello sprezzante pessimismo del “Casanova”.

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