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L’Iran tra passato e presente

In concorso a Berlino 2009, “Darbareye Elly” è un film che sfugge alle classificazioni comuni di genere.

Trascorrere il week end al mare insieme con la sua famiglia e degli amici è un pretesto: Sepideh vuole fare incontrare Elly, la maestra elementare di sua figlia, e Ahmad, un emigrante appena rientrato in Iran dopo aver divorziato dalla moglie in Germania. Tra i due ragazzi sembra esserci un’intesa e il tempo scorre allegramente, tra un pomeriggio amabile e una cena molto allegra. Il giorno dopo però Elly dice a Sepideh che deve tornare a casa e poi, misteriosamente, sparisce. La sua scomparsa, forse dovuta al tentativo di salvare uno dei bambini dal rischio di affogare, rompe l’incantesimo e diventa il detonatore che fa esplodere acredine e litigiosità nel gruppo.

La villa presa in affitto sul Caspio è il palcoscenico su cui viene messo in scena il ceto medio di Teheran, che strizza l’occhio alla società dei consumi e dell’entertainment quando si tratta di correre in macchina o ironizzare su chi non vive in città, per poi chiudersi a riccio verso la tradizione quando c’è solo il sospetto che una donna sia andata contro le regole imposte dal modello culturale dominante.

Invitato a Roma durante la decima edizione delle giornate del cinema asiatico, Asghar Farhadi ci tiene a rimarcare che: “La verità è un valore di seconda categoria, sacrificabilissimo se ne va della reputazione personale o familiare. I comportamenti individuali sono vincolati al giudizio degli altri, giudizio costruito sulla base di una morale condivisa e rispettata socialmente anche se non interiorizzata.”

Una curiosità: la bella protagonista che interpreta Sepideh, molto famosa in Iran per aver interpretato il blockbuster “Body Of Lies” con Leonardo Di Caprio, ha scelto simbolicamente di essere accreditata nel cast con il nome Golshifteh Farahani, quello che il governo iraniano proibì ai suoi genitori, obbligandoli a chiamarla Rahavard Farahani. Una scelta che mostra come anche riappropiarsi del proprio nome possa essere una forma di resistenza.

OneLouder

L’orso d’argento ricevuto a Berlino 2009 è una conferma del talento registico di Farhadi, abilissimo a gestire la messa in scena di dieci personaggi e delle loro relazioni in un contesto sempre meno disteso. Il lavoro fatto in postproduzione sulla fotografia per renderla progressivamente sempre meno satura è una trovata azzeccata per evocare il gelo emotivo che si viene a creare tra i personaggi.

Elly che fa volteggiare liberamente un aquilone prima di scomparire e l’autovettura impantanata nella sabbia nel finale sono metafore forse leggermente calcate ma indubbiamente efficaci.

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Contro

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