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L’Iran di oggi al Roma Film Fest

L’Iran odierno è ad un bivio, in bilico tra rispetto delle tradizioni e febbrile voglia di modernità, specie (naturalmente) nelle giovani generazioni. Il regista di “Acrid” Kiarash Asadizadeh, in concorso al Festival di Roma, sgancia il suo film dai manierismi ormai spesso sterili della famiglia Makhmalbaf e ci propone una struttura narrativa ferrea e calibrata al millimetro di chiaro impianto occidentale.

Storie che s’intrecciano, coppie diverse una dall’altra per età, professione e classe sociale alle prese con tradimenti, incomprensioni, tutta la gamma dei problemi quotidiani all’interno di una società cristallizzata che li aumenta esponenzialmente. Sono soprattutto le donne le protagoniste di questo buon lungometraggio, che non ha particolari punti di forza ma riesce a far coincidere perfettamente stile e narrazione, il che è già molto. Donne rassegnate, donne combattive, donne giovani che nascondono le proprie debolezze sotto una scorza che prima o poi si frantuma, donne di mezza età con un cinismo rassegnato, ne abbiamo veramente per tutte le tipologie. Ma sono tutti personaggi veri, ai quali ci affezioniamo anche se li vediamo in scena per pochi minuti. La macchina da presa di Asadizadeh racconta senza prendere posizione, si limita a pedinare, chiude il film in interni, nelle case, dietro le porte chiuse dove il vicinato non può spiare (è uno degli incubi ricorrenti dei protagonisti, il giudizio del quartiere).

Il film sembra portarci ad una sterile esaltazione del vitalismo giovanile, per poi sorprenderci nella chiusura circolare del racconto. Una scena rimane nella memoria: un pianto improvviso e dirotto in riva al mare.

OneLouder

Il 32enne Asadizadeh porta in Occidente una nuova visione dall’interno della società iraniana, che ha più in Fahradi che in Kiarostami il suo nume tutelare. Tutte le attrici hanno accompagnato il film a Roma, e un premio collettivo per le interpretazioni femminili non ci sorprenderebbe per nulla, anzi lo accoglieremmo con simpatia. Un film che non rimarrà scolpito nella memoria ma che, in un concorso con qualche eccellenza e molta mediocrità, ben figura.

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