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Il risveglio

“Wide Awake” (“Ad Occhi Aperti”, 1998) è il secondo lungometraggio di M. Night Shyamalan; pur essendo reperibile in Italia (a differenza del suo primo film, “Praying With Anger”, 1992) è spesso dimenticato tanto dalla critica (è raro trovarlo citato in articoli e recensioni sull’opera di Shyamalan) quanto dal pubblico: si tende infatti a considerare “The Sixth Sense” (“Il Sesto Senso”, 1999) come vero e proprio esordio dell’autore di origine indiana. In realtà già in “Wide Awake” sono presenti molti degli elementi stilistici e tematici che andranno a costruire la successiva produzione del regista.

Il protagonista è Josh, un bambino dall’intelligenza vivace che, colpito dalla morte dell’amatissimo nonno, inizia ad interrogarsi sul significato della vita, della morte e del dolore. Quando scoprirà che non esistono verità assolute e che nessuno, né gli adulti, né la religione, né qualunque altra autorità possono fornirgli le risposte che cerca riuscirà a riconoscere un segno di speranza e fiducia nella propria esistenza, incarnato metaforicamente da una sorta di angelo custode che gli è sempre accanto.

Sebbene la conclusione sia forse troppo dolce e semplice, oltre che votata in maniera univoca ad una lettura positiva e spirituale dell’esistenza umana, i dubbi di Josh sono affrontati in modo tutt’altro che banale e il suo percorso di formazione è raccontato con sincera partecipazione.

Il film si svolge nell’arco di un anno scolastico ed è simbolicamente diviso in tre capitoli a scandire le tappe dell’iniziazione alla vita adulta del protagonista (Settembre – Le domande, Dicembre – I segni, Maggio – Le risposte). Fin dal titolo è evidente come la vista, intesa proprio come atto di vedere attraverso gli occhi, sia fondamentale: per Shyamalan l’aprire gli occhi equivale ad abbandonare l’approccio infantile nei confronti della vita per approdare ad una dimensione più matura e consapevole.

I riferimenti alla vista sono continui nel film: l’inconsapevolezza del bambino è associata ad una condizione di torpore ed infatti Josh all’inizio del film fa fatica a svegliarsi, sono i genitori che lo tirano a fatica giù dal letto; mentre l’ultimo giorno di scuola non avrà bisogno di alcun aiuto. La vista è però anche strumento di comprensione (Josh ha l’idea di iniziare la sua ricerca spirituale guardando la luce che filtra da una finestra), mentre l’essere guardati da qualcosa o qualcuno di superiore, concetto che tornerà nel successivo “Signs”, ha una valenza positiva di protezione: dice Josh al piccolo angelo che spunta nei momenti più inaspettati “You’re always around, always smiling. And always watching me. (Sorridi sempre e guardi sempre me.)”, mentre l’altro risponderà “This is the first time you’re really seeing me. (Questa è la prima volta che mi vedi davvero)”.

Nel cinema di Shyamalan ciò che sembra più banale, ciò che ci è sempre intorno va perciò letto, guardato da un punto di vista diverso: i segni vanno interpretati per coglierne il reale valore, ed è questo un concetto che tornerà più volte in seguito, soprattutto in “Unbreakable”, “Signs” e “Lady In The Water”.

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