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Nei panni di Albert

”The Singular Life of Albert Nobbs”, un racconto scritto nel 1927 dall’irlandese George Moore, è stato adattatto per il teatro nel 1982 da Simone Benmussa e interpretato da Glenn Close. La sceneggiatura del film diretto da Rodrigo García – proiettato in chiusura al Torino Film Festival nella sezione Festa mobile – Figure nel paesaggio – ha preso forma lentamente grazie alla ferma volontà della sua protagonista e col contributo di più persone, da Istvan Szabo che sviluppò la prima bozza a John Banville e Gabriella Prekop, co-autori con Glenn Close della stesura definitiva.

La storia di Albert è semplice e terribile: abbandonata bambina dai genitori, cresciuta senza affetto e vittima di violenza, si trova quasi per caso a vestire abiti maschili per ottenere più facilmente un lavoro. Una volta messa, la maschera diventa gradualmente impossibile da togliere e Albert cresce così, nascosta nei panni eleganti e precisi da maggiordomo di un grande albergo di Dublino. L’incontro con Hubert (Janet McTeer), una donna che si finge uomo per motivi simili ai suoi, le mostra la possibilità di un futuro più degno e umano; desiderosa di sperimentare finalmente l’amore, Albert si innamora della giovane Helen (Mia Wasikowska), una cameriera dell’albergo, e si ingegna per dare una svolta più soddisfacente alla propria vita professionale. L’isolamento e la paura in cui è rimasta bloccata per anni la rendono però del tutto incapace di leggere i comportamenti altrui e di riconoscere – e far rispettare – con chiarezza la propria identità.

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«Non capisco cosa spinga le persone a condurre vite tanto miserabili» commenta il dottore (Brendan Gleeson) quando una serie di circostanze casuali portano alla luce il passato di Albert. La risposta però è sotto gli occhi di tutti: l’unica motivazione che muove non solo Albert ma anche gli altri personaggi all’azione è il terrore di essere poveri, la necessità di stringere in mano qualche moneta per avidità o più spesso soltanto per non morire di fame. In “Albert Nobbs” sono i soldi e l’ottusità dei ruoli sociali a distruggere gli individui.
Sceneggiatura e regia sono lineari, prive di enfasi, disinteressate a creare momenti eclatanti e inclini piuttosto a un approccio serenamente ironico. Albert non ha bisogno di artifici e, come dimostra la recitazione limpidissima di Glenn Close, le basta entrare in scena per diventare subito un personaggio appassionante agli occhi degli spettatori, semplicemente perché costretta a scontrarsi con i problemi massimi: chi sono io? Cosa voglio essere e come voglio che mi vedano gli altri? Come posso amare ed essere amata?
Valentina Alfonsi, 8/10

Che questa sia una Glenn Close in uno dei suoi ruoli più originali – e, si prevede, indimenticabili – è un dato di fatto. Che questa Inghilterra very british sia tratteggiata in maniera soave, contemplando sia i suoi lati più frivoli sia i rovesci della medaglia più crudeli, non si può molto discutere. Che i personaggi entrino subito nel cuore e che il cast sia stato azzeccato è piuttosto palese. Ma che da tutta questa soavità non emerga quasi per nulla la macerazione interiore del protagonista è un’ombra che getta “Albert Nobbs” nel calderone della banalità e dei film da cassetta. Una bella storia, poco guizzo artistico, e un sacco di ingredienti pressoché sprecati.
Paolo Valentino, 5/10

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