Home > Recensioni > Amarcord

Amarcord: un film politico?

“Amarcord; ecco, mi sono detto, adesso verrà immediatamente identificata nel mi ricordo in dialetto romagnolo, mentre ciò che bisognava accuratamente evitare era una lettura in chiave autobiografica del film” così scrive Fellini in “Fare un film”. Tuttavia, “Amarcord” è usualmente letto come film della memoria; certo, una memoria manomessa, inventata, che restituisce una rappresentazione totalmente fittizia, eppure, mai così vera. Un’esplosione d’invenzioni comiche, ridicole, esilaranti, talvolta malinconiche e sognanti (il passaggio del transatlantico Rex): “Amarcord voleva essere il commiato definitivo da Rimini, da tutto il fatiscente e sempre contagioso teatrino riminese, con gli amici della scuola in testa, e i professori, e il Grand Hotel d’estate e d’inverno, e la visita del re, e la neve sul mare…” scrive ancora il regista. Una galleria di personaggi che sembrano uscire da uno di quegli schizzi clowneschi e teneri che il regista realizzava pressappoco ovunque, persino sui tovaglioli! Personaggi caratterizzati tutti dalla “stessa follia, la stessa ingenuità, la stessa ignoranza di bambini malcresciuti, ribelli e sottomessi, patetici e ridicoli, sbruffoni e umili. E in questo modo venne fuori il ritratto di una provincia italiana, una qualsiasi, negli anni del fascismo.” Fellini ci dice che dietro la gioiosa e visionaria rivisitazione della Rimini della sua adolescenza “c’era anche qualcosa di vagamente fetido”, che assomiglia alla mentalità provinciale, all’ignoranza come premessa del fascismo.

Scroll To Top