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Sospesa tra le nuvole

Il biopic dev’essere di certo uno dei generi più spinosi e problematici da affrontare per un regista. Un autentico campo minato in cui è necessario soppesare con coscienziosità diversi fattori: l’aderenza alla verità storica con la necessità di romanzare gli eventi; la celebrazione apologetica del personaggio con l’esigenza di scoprirne anche il lato più fragile e umano. Se persino Martin Scorsese con “The Aviator” ha tinteggiato un ritratto non privo di imperfezioni, allora non c’è da stupirsi che anche un’autrice più modesta e accademica come Mira Nair abbia fallito nell’impervio compito di tradurre per immagini l’audace vita di Amelia Earhart, pioniera dell’aviazione e simbolo proto-femminista.

Scorre così di fronte allo spettatore, racchiuso in un flashback come sospeso tra le nuvole, il racconto di Amelia: dall’infanzia in una remota fattoria del Kansas all’incontro fatidico con il socio d’affari (e futuro marito) George Putnam; dalla prima grande impresa attraverso l’oceano fino all’ultima, impossibile, sfida attorno al globo. L’intera vita concepita come uno sfrenato volo di libertà, anche a discapito dei sentimenti.

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E sono proprio i sentimenti a mancare nel ritratto cinematografico di Amelia. Regista e sceneggiatori sembrano messi in soggezione di fronte al valore di icona (femminista, ma non solo) assunto dal personaggio storico, e non riescono mai a svincolarsi da una “santificazione” di stampo hollywoodiano. Non un sussulto, insomma, nemmeno da parte di Hilary Swank. Anche lei rimane come sospesa tra le nuvole, intrappolata dalla letterarietà dei dialoghi e dalla patina delle immagini.

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