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  • Amore Che Vieni, Amore Che Vai

    Diretto da Daniele Costantini

    Data di uscita: 14-11-2008

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Un piccolo disastro…

Genova, 1963, le storie di tre uomini si incrociano e si fondono in un destino comune. Carlo (Fausto Paravidino) è un giovane genovese indolente e un po’ sciocco che gestisce un piccolo giro di prostituzione vestendo con poca credibilità i panni del pappone. Salvatore (Filippo Nigro) è un pastore sardo, membro dell’anonima sequestri, rifugiatosi a Genova dopo aver scontato cinque anni di detenzione. Bernard (Massimo Popolizio) è di origine francese, ex contrabbandiere per la resistenza, passato alla malavita marsigliese per dedicarsi esclusivamente a furti di alto livello, a colpi grossi. Sarà proprio la prospettiva di un colpo grosso ideato da Bernard a unire i tre.

Nella storia si affacciano anche due donne: Veretta (Donatella Finocchiaro), timida prostituta del giro di Carlo che vorrebbe cambiare vita sposando Salvatore, ma che viene ostacolata in questo dal suo datore di lavoro, con conseguenti scintille tra il pastore e il pappone, e la biondissima Maritza (Claudia Zanella), fiorentina bella e impossibile che farà girare la testa a tutti, compreso il povero Carlo, per cui le conseguenze del colpo di fulmine saranno dure. Il colpo grosso di Bernard, inutile dirlo, riserverà alcune sorprese e farà prendere alla storia una piega inaspettata.

Presentato all’ultimo Festival Internazionale del Film di Roma in contemporanea col documentario di Teresa Marchesi prodotto da Dori Ghezzi “Effedià – Sulla mia cattiva strada”, questa pellicola di Daniele Costantini è stata al centro di una chiacchierata polemica. Quest’ultima, sorta dalle dichiarazioni della Ghezzi, che ha pubblicamente preso le distanze dal film di Costantini da lei considerato indegno di rappresentare la memoria di De André di fronte all’opera della Marchesi (valida, nevvero, ma elevata a tal livello dalla Ghezzi anche perché ‘ogni scarrafone è bello a mamma sua’) è sterile come tutte le polemiche e ci dice solo che Dori Ghezzi non ama questo film come non ha amato il libro da cui la storia è tratta: “Un Destino Ridicolo” scritto a quattro mani da Fabrizio De Andrè e dallo psicologo Alessandro Gennari per i tipi della Einaudi.

Molto prima di un giudizio sulla fedeltà del film alle atmosfere delle canzoni di De André, a cui Costantini afferma di essersi ispirato più che al libro o alla memoria del cantautore scomparso più di dieci anni fa, occorre dare però un giudizio sul valore cinematografico di questa seconda prova del regista, già autore nel 2005 del discreto “Fatti Della Banda Della Magliana”. E purtroppo questo giudizio non può che essere molto negativo. Non c’è nulla che funzioni come dovrebbe: dall’impostazione troppo teatrale sfociante tra l’altro nell’uso eccessivo del piano sequenza che uccide il ritmo e la grammatica filmica, alla ridicola performance di Paravidino eccessivo e smorfioso come nei peggiori palcoscenici, al trattamento da principianti della sceneggiatura che fa letteralmente acqua da tutte le parti, alla scelta degli attori incapaci di essere credibili finanche come macchiette.

Una prova da dimenticare per tutti a partire da Costantini, che dovrebbe imparare a mantenere le distanze tra cinema e teatro nell’eventualità di un’altra prova dietro la macchina da presa, sebbene in tutta onestà si sarebbe portati a sconsigliare l’ennesimo sforzo cinematografico a vantaggio di una più coerente, vantaggiosa e forse anche soddisfacente (se non per lui sicuramente per noi, se privati di ulteriori film come questo) carriera teatrale.

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