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Vita da cani

Alejandro González Iñarrítu debutta sulla lunga durata (davvero lunga) con una pellicola che fa incetta di premi e nomination. Il suo “Amores Perros” intreccia tre storie sullo sfondo di una città popolata da cani, croci e delizie di tutti i protagonisti. Città del Messico viene dipinta in verticale, dalla classe più ricca a quella nullatente, passando per quella che annaspa per sopravvivere, tutte quante in evoluzione e con le proprie ragioni di sofferenza.

È un film sulla disperazione, “Amores Perros”, per quello che si è perso e che non si può più riavere. In questo contesto poco importa la condizione sociale: lasciare la famiglia, seppur per nobili ideali, porta sempre alla rovina, alla perdita e all’impossibilità di recuperare. Ad una vita da cani, si potrebbe dire. Mentre i cani, dal canto loro, lottano nella loro giungla suburbana, portando spesso alla frustrazione i propri padroni, per la semplicità con cui è concesso loro badare all’esclusiva sopravvivenza.

La disperazione e la sofferenza dei personaggi sono scandagliate con una macchina da presa tramolante, che segue da vicino la scena e immortala le differenti reazioni dei soggetti, senza evitare allo spettatore la visione, seppur sfuggente, della crudezza e della ferocia con cui si devono scontrare i percorsi delle tre coppie di protagonisti. La violenza tarantiniana delle immagini prende le mosse dalla scena iniziale dell’incidente a cui partecipano, in un modo o nell’altro, tutti i protagonisti e continua durante il film a macchiare di sangue le istantanee su personaggi che, di fronte alla durezza degli eventi e delle scelte, non possono che adeguarsi e rassegnarsi ad accettare la perdita. Un vuoto, quello che rimane nella loro vita, che sembra inversamente proporzionale all’intensità con cui viene tratteggiato.

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