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Il nuovo Bergman

L’analisi del male e del dolore che caratterizza la filmografia di Michael Haneke si fa sempre più intima, cupa, straziante. Se nel suo precedente “Il nastro bianco” il male nasceva in seno alla comunità, in quest’ultimo “Amour” il male nasce dentro di noi, nella nostra mente, e ci divora fino a spegnerci ineluttabilmente. Il suo modello, come nel precedente, è Ingmar Bergman, maestro nello scandagliare le oscure desolazioni dell’animo umano e se con “Il nastro bianco” Haneke ha voluto dare una personale rilettura di “Fanny e Alaxander”, qui siamo dalle parti di “Sussurri e grida”.

Anne (Emanuelle Riva) e Georges (Jean Louis Trintignant) sono una coppia di anziani coniugi che vivono beatamente la routine dell’inverno delle loro vite. Una mattina, però, Anne comincia a comportarsi in modo strano: si “blocca” e dimentica le cose. La causa è un ictus, ed è solo l’inizio di un doloroso calvario. La malattia inizialmente le rende impossibile camminare, ma pian piano comincia a ledere le sue capacità mentali ed il povero Georges non può far altro che assistere impotente al progressivo spegnersi della sua compagna di una vita.

Di film sulla malattia e sulla morte ce ne sono a bizzeffe (si potrebbe quasi considerare un sottogenere), ma è proprio qui che si vede la grandezza di un regista.


OneLouder

Haneke non ricorre a scene ad effetto, non punta sulla lacrima facile e liberatoria. Il dolore che trasmette è reale, ti si insinua dentro e non ti abbandona una volta finita la visione. La messa in scena è rigorosa, con inquadrature fisse ed una fotografia raggelata e raggelante e con la totale assenza di una colonna sonora. Grandissimo merito va poi ai due interpreti, con un Trintignant che lavora in sottrazione: la sua angoscia sta tutta nel suo sguardo e nei piccoli amorevoli gesti con cui si prende cura dell’unico essere che davvero gli è rimasto al mondo. La Riva, al contrario, esterna tutto il dolore della malattia ed è sua l’unica vera scena madre della pellicola.

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Contro

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