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Il ruolo e la star

Louise è una donna instabile e potenzialmente pericolosa. Abbandonata dall’uomo che ama, finisce in un vortice di ossessioni ed allucinazioni fino a diventare schizofrenica. Sarà ricoverata in ospedale in stato catatonico e dovrà dolorosamente ricostruire i tasselli della memoria con l’aiuto della medicina psichiatrica.

Cupissimo intreccio di noir e melo’, il film rappresenta un chiaro tentativo di bissare il successo de “Il Romanzo Di Mildred”, spingendo ancora oltre le potenzialità drammatiche dell’interprete. Profondamente influenzato dalla psicanalisi e dalla lezione di “Io Ti Salverò” di Hitchcock, “Anime In Delirio” è interessante per l’ambigua costruzione del personaggio femminile e per il rapporto tra il ruolo e la star.

L’indimenticabile sequenza d’apertura inquadra in campo lungo la protagonista mentre cammina su un marciapiede deserto in evidente stato confusionale. Subito dopo, l’ingresso in ospedale girato in soggettiva conferma la prospettiva instabile del racconto. A partire da questo momento il film ricostruisce la storia di Louise attraverso una serie di flashback che minano la credibilità del personaggio. Amante gelosa e possessiva nella scena dell’abbandono, Louise appare come infermiera disponibile e mansueta nella scena successiva. Accudisce la signora Pauline, moglie malata del ricco Dean Graham, nella casa sul lago che sarà teatro di non pochi brividi. L’effetto di trovarsi di fronte ad un altro personaggio è straniante anche perché la diva, dato il suo carisma vampiresco, non è affatto credibile come infermiera dimessa.

L’intreccio si complica con l’indagine sulla morte di Pauline annegata nel lago e il matrimonio tra Louise e il neo-vedovo, uno sviluppo che trasforma la protagonista in una signora dell’alta società., Quest’ultima incarnazione è perfettamente aderente alla star-persona della Crawford. Nella sovrapposizione delle due figure femminili il film articola un tema noir per eccellenza, il doppio: Louise prende il posto di Pauline al fianco del marito e, avvertendo i sintomi della malattia mentale, teme di fare la stessa fine suicida. È il nodo più ambiguo del film e non è un caso che la regia non inquadri mai Pauline: è un fantasma ancora prima di morire e come tale ritorna nella mente della protagonista.

Il regista rende benissimo i percorsi labirintici della mente di Louise ricorrendo spesso alla soggettiva e alternando primi piani a dettagli visivi e sonori che accentuano lo stato allucinatorio in cui la donna precipita. Da un punto di vista iconografico tornano alcuni leit-motifs del gotico come la scala, lo specchio e la casa deserta, che visti da una prospettiva soggettiva acquistano un aspetto sinistro. E per quanto riguarda il look, il continuo mutare dell’abbigliamento della protagonista è chiaro sintomo dell’instabilità e della pericolosità femminile.

La Crawford approccia tuttavia le trasformazioni del personaggio e i vari cambi d’abito con la stessa maschera aggressiva e teatrale. Nel rendere la schizofrenia di Louise sembra infatti più preoccupata dell’effetto immediato che di trovare un’unità di fondo al carattere, che risulta così frammentario, una successione di momenti, scene, stati d’animo di grande forza espressiva ma che non si amalgamano mai in una costruzione organica.

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