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American dreaming reloaded

Sarà la necessità di ritrovare un’identità messa in crisi da due amministrazioni Bush, ma il cinema americano ha riscoperto di recente la sua passione per il western, la frontiera, i pistoleri e i duelli al tramonto. Per l’America, la poetica del vecchio West è senza tempo, e quindi per sua stessa natura mai in anticipo né in ritardo.

“Appaloosa”, seconda prova registica di Ed Harris, si allinea senza sbavature a questo recente revival. Tratto da un romanzo del 2005 di Robert Parker, racconta la storia dello sceriffo Virgil Cole e del suo vice Everett Hitch. I due vengono assunti dagli abitanti di Appaloosa per sistemare le cose con Randall Bragg, ranchero prepotente nonché presunto omicida del precedente sceriffo Jack Bell. Cole e Hitch sono due badasses, senza grossi scrupoli morali quando si tratta di fare giustizia.

I due sono anche legati da una curiosa amicizia, fatta soprattutto di silenzi e qualche siparietto quasi comico; amicizia messa in crisi dall’arrivo di Allie French, talentuosa pianista senza un soldo e con una malsana attrazione per i maschi dominanti. Il rapporto tra lei e Cole, insieme alla confusione scatenata dall’arresto di Bragg, è di fatto il vero motore della storia.

Storia che procede tra tradimenti e duelli, inseguimenti e assalti al treno, nella migliore tradizione del genere. Harris dimostra di avere un occhio non indifferente per i campi lunghi e i paesaggi della vecchia America, presentati in modo molto classico senza scadere nella retorica. Altrettanto classici sono i dialoghi tra buoni e cattivi e tra buoni e buoni, per non parlare del finale alla Lucky Luke.

Dove sta allora il merito di questo film? Probabilmente proprio nella sua estrema fedeltà alla retorica del vecchio West, arricchita però da un’analisi dei rapporti tra i personaggi mai banale, da una trama sempre interessante e da regia e interpretazioni a cinque stelle.
Come dire, tutto molto classico ma realizzato estremamente bene.

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