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Quando eravamo giovani

Olivier Assayas parla del 1971 in Francia, ma anche in Inghilterra, in Italia, in Nepal, e lo fa con una precisione nella ricostruzione impressionante.

Il 1971 è l’anno in cui tra la polizia francese nascono i voltigeurs: due poliziotti in moto, quello dietro col manganello, per bastonare i manifestanti. Quell’anno c’è da bastonare: è un anno di grandi turbolenze nei licei parigini, che vivono in pieno l’ondata libertaria della controcultura.

Il film ci restituisce le assemblee, le letture (“I vestiti nuovi del compagno Mao”, come dimenticarlo!), le canzoni, i suppellettili, i ninnoli, i sogni, gli orari dei treni, le fotocopiatrici a manovella, tutte cose che si guardano e si dice o “Come avevo fatto a dimenticarlo!?” (appunto) o “Davvero era così?”

Il nostro protagonista è Gilles, l’esordiente Clement Metayer. È uno come tanti: innamoratissimo della fidanzata (non farà un dramma quando lei se ne andrà, ma al contempo non la scorderà mai), politicizzato, militante, preparato, caruccio. Sembra diverso dai suoi compagni con cui fa assemblee, distribuisce giornalini e fa raid notturni per appendere i manifesti, perché in primo luogo è critico. Lui, infatti, leggerà “I vestiti nuovi del compagno Mao”.

In secondo luogo ha un disegno di vita e per le due ore del film lo vedremo attaccato con le unghie e con i denti a quell’ideale. Lui sarà in pratica il solo (un po’ anche il suo amico Alain, che però una volta si contraddirà) a restare sempre coerente con ciò che lui è e ciò che lui vuole essere. Non si accontenta: lascerà Christine quando si accorgerà che lei non è quel che vuole; non diverrà maoista; non smetterà di dipingere e quando deciderà di preferire disegnare, cambierà senza rimpianti, non rinuncerà all’esame di ammissione all’Accademia e se ne andrà a Londra.

Anche la scelta di abbassarsi per un certo periodo a lavorare per film commerciali (Megrait) ha una sua logica sia per Gilles che per il suo progetto. Attorno a lui ci sono tanti personaggi, dai due amici che vanno con lui in Italia, Christine (Lola Créton), Alain, Laure (Carole Combes, l’attrice più mediocre del gruppo), i compagni di lotta, il padre, il gruppo di americani … Anche Christine, la cui ambizione è stare in coppia e che pare rinunciare a tutto pur di avere un uomo accanto a sé, poi alla fine cambia idea e non ne è chiaro il motivo. Solo Alain, che ha una sua idea stringente di cosa sia l’arte, è comprensibile.

Il film è toccante, ti mette davanti alle scelte che tu hai fatto nella tua vita, ti vengono in mente mentre vedi quel che fa Gilles nel suo diventare grande, sbagliando, tornando indietro, sbagliando meglio, mantenendo la sua linea. Il finale è aperto, e come non potrebbe esserlo: sappiamo già che Gilles da grande farà il critico e poi il regista.

OneLouder

Assayas gira usando long take, splendidi dolly che dall’alto osservano gli imprevedibili spostamenti dei protagonisti, dialoghi tra primi e primissimi piani e spesso segue i ragazzi di spalle mentre si spostano da un punto all’altro in un modo che ricorda Kubrick. Ci sono anche momenti ironici, ad esempio l’autocitazione diretta de “L’eau froide” nella scena del falò. La colonna sonora è semplicemente meravigliosa e comprende brani di Syd Barrett, Nick Drake, Soft Machine e Tangerine Dream.

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