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Un musical senza canzoni

Non ci si aspetti un semplice film. Una volta varcata la soglia della sala cinematografica e trovato il proprio posto a sedere, l’imperativo è uno: fare tabula rasa di tutti gli altri pensieri, chiudere un secondo gli occhi, ed immergersi nello schermo. Sì, perché “Australia” è, sotto molto aspetti, più che una pellicola: è un evento, un viaggio, un enorme calderone a cui abbandonarsi completamente.

Innanzitutto ci si prepari a viaggiare verso i paesaggi del quinto continente. Paesaggi che hanno tutto il sapore archetipico del Far West americano o della giungle salgariane. “Australia” è ambientato infatti nei pressi di Darwin, sulla costa settentrionale della grande isola tra l’Oceano Indiano e quello Pacifico. Protagonista è Lady Sarah Ashley, aristocratica inglese, interpretata dalla memorabile Nicole Kidman, che decide di raggiungere il marito dall’Inghilterra per constatare la sua fedeltà coniugale. Molto frequenti sono infatti i rapporti sessuali tra i bianchi e gli aborigeni. E da qui ecco il grande tema del film, quelle cosiddette generazioni rubate di bambini mulatti, allontanati dalle popolazioni locali perché da civilizzare ma allo stesso tempo trattati come selvaggi dai dominatori occidentali. Nullah è uno di questi bambini e sarà lui, insieme al fascino macho ed epidermico del mandriano, Drover, a trasformare Sarah in una donna da prateria.

Non c’è dubbio. “Australia” è un film stra-ordinario. Innanzitutto per quel fascino retrò e stucchevole dei classici hollywoodiani, da “Via Col Vento” al più recente “Titanic”. Come non restare affascinati, per esempio, dal ricco e simbolico sistema di personaggi? I buoni sono adorabili, i cattivi sono perfidi, proprio come nella migliore delle fiabe. Da una parte King Carney, l’affarista delle carne a cui Sarah non piega la testa, dall’altra King George, il misterioso aborigeno custode delle tradizioni e dell’antica cultura del continente. Un film epico, insomma, dove tutto è illuminato dal sole australiano, senza traccia di metafore e intellettualismi.
Resta però da ammettere che forse c’è qualche chilogrammo di carne al fuoco in eccesso nella ricetta di questo polpettone… Due ore e 35 minuti sono lunghi da trascorrere, specie se si è costretti a passare dalla commedia farsesca a momenti pseudo-documentaristici, da epopee d’amore strappalacrime a vere e proprie sequenze di guerra.

E infine una riflessione… dove sono le canzoni? Le atmosfere a dir poco parossistiche di “Australia” rischiano dopo la prima mezz’ora – ma è anche più di un rischio – di diventare patetiche e, se possibile, stomachevoli. “Australia” ha tutta l’intensità di un musical o, con tutte le precauzioni del caso, di un’opera lirica, ma… non ha uno straccio di canzone, se si esclude la citazione, per voce di Nicole Kidman o dell’armonica del piccolo Nullah, del classico dei classici, “Somewhere Over The Rainbow” di Judy Garland.
Alla fine, ciò che lascia sul palato, purtroppo, è un po’ il sapore di una partita vinta solo a metà.

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