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Due fratelli, una sola felicità da conquistare

Una fiaba che parla di bambini, Europa, Maghreb, famiglie nobiliari, servi e fate leggendarie: è questo in sostanza “Azur E Asmar”, lungometraggio d’animazione diretto da Michel Ocelot nel 2006. Eppure siamo di fronte a un’opera squisitamente contemporanea, un po’ per i temi, tutt’oggi decisamente attuali, un po’ per la particolarissima tecnica, che coniuga l’animazione 3D e il consueto rigore bidimensionale di Ocelot.

Azur e Asmar, i protagonisti, sono fratelli di latte. La madre di Asmar, maghrebina, è infatti la balia della ricca famiglia europea in cui vive Azur. I due hanno la stessa età, giocano insieme fin dai loro primi giorni di vita, ma – l’uno con brillanti iridi azzurre, l’altro con occhi neri e profondi – sono come il giorno e la notte e, superato l’eden dell’infanzia, la realtà li separa crudelmente.
Le suggestioni e il fascino della leggenda della fata dei Ginn condurranno però il cristiano Azur, una volta raggiunta la maggiore età, a partire per il mare e raggiungere così la costa africana del Mediterraneo. Qui, una superstizione che assegna agli occhi chiari una valenza demoniaca, lo costringerà a fingersi cieco e ad affidarsi alla guida di un altro europeo, il mendicante Rospù. Senza vista, Asmur non potrà cogliere le meraviglie da “Mille E Una Notte” che Ocelot invece regala agli spettatori, almeno finché non riuscirà a incontrare di nuovo la vecchia balia, ora diventata una ricca mercante.

Come si diceva, con “Azur E Asmar”, siamo di fronte a un interessantissimo e fecondo ibrido nella storia del cinema d’animazione. I personaggi, realizzati con la computer graphic, si muovono infatti su sfondi disegnati a mano dalla rara bellezza in cui rivive tutto lo splendore dell’Oriente medievale, dalle tinte degli alberi alla maestosità dei palazzi. Il punto di vista prediletto da Ocelot è come sempre il campo medio, in cui le figure si muovono creando simmetrie spesso rivelatrici. Simmetrie legate al messaggio stesso della pellicola, che pone sempre in parallelismo i punti di vista dei due protagonisti e, quindi, più in generale le differenti prospettive e culture dell’Oriente e dell’Occidente.

Azur e Asmar. Cristianesimo e Islam, dunque, non senza qualche scontro e qualche incomprensione, rappresentati in primo luogo dall’uso della lingua araba, sapientemente non sottotitolata e quindi oscura anche allo spettatore europeo. Ed è solamente attraverso una ritrovata sinergia, che i due protagonisti saranno in grado di salvare la fata dei Ginn. Proprio come dovrebbe avvenire nel mondo contemporaneo, ci dice Ocelot senza troppi giri di parole e a volte con uno schematismo che può apparire esagerato. Dopotutto, una fiaba che si rispetti deve pure insegnare qualcosa.

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