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Save the last flashdance at the coyote ugly

L’orfana Lauryn vive in una piccola cittadina dell’Indiana e lavora nell’officina del fratello, ma ha un sogno: entrare nella prestigiosa Scuola di Musica e Danza di Chicago. No, non sentiremo “What A Feeling” durante l’audizione. Lauryn fallisce il primo tentativo e si ritrova a lavorare in un bar-discoteca-teatro di Strip-Burlesque, dove ogni sera 3 bellissime ragazze si scatenano in piccanti coreografie con addosso poco più del necessario. No, non siamo al Coyote Ugly. Ma l’esperienza nel locale le ridarà fiducia in sé stessa e al momento della seconda audizione si esibirà in una coreografia, a quanto pare del tutto improvvisata, che lascerà di stucco il burbero coreografo, che non è Michael Douglas, e le farà coronare il sogno della sua vita; in tributo a sua madre che per la maternità ha dovuto rinunciare al suo sogno di ballerina. No, non è “Save The Last Dance”, e neanche un programma televisivo del sabato sera.

La storia procede secondo cliché e sequenze narrative preconfezionate: c’è l’audizione fallita, quindi la delusione e il rifiuto della danza, c’è l’amica che la sprona e la porta a fare shopping per farle riacquistare sensualità e fiducia in sé stessa, c’è la prima ballerina del locale che intuisce le sue potenzialità e le rende l’ambiente ostile, la rivalsa, il fidanzamento, la scoperta del vero mestiere della ragazza, quindi il chiarimento con la famiglia, il nuovo tentativo all’accademia e il lieto fine.
… niente di nuovo sotto il sole dunque …

Le atmosfere importate dal glam-burlesque, molto di moda nell’ultimo periodo, le dance-hit del momento che assicurano riconoscibilità al prodotto e le sexy coreografie, rendono il film un lunghissimo videoclip delle Pussycat Dolls.

Riepilogando abbiamo una storia alla “Flashdance”, un locale come il “Coyote Ugly”, le coreografie di “Step Up”, una scena madre che ricorda “Save The Last Dance”, un coreografo preso in prestito da “Chorus Line” e una locandina molto simile a “Honey”.
Un collage più esplicito di ogni altro precedente prodotto, che rende il film inevitabilmente noioso.

OneLouder

Il genere del dance – movie, più dell’horror, sembra sordo all’esigenza di rinnovamento che ormai il prolungato riciclo dei soliti stilemi e delle solite sequenze (coreografiche, musicali e cinematografiche) imporrebbe. Come nel caso delle ultime N produzioni, il film risulta prevedibile e scontato e in questo caso neanche le musiche o le coreografie (già viste e sentite su Mtv) ci trattengono alla visione del film.

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