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L’isola dei morti

L’unico brano musicale che Kirill Serebrennikov ha voluto utilizzare sulle immagini del suo “Betrayal” (“Izmena“), primo film in concorso di Venezia 69, è «”L’isola dei morti” di Rachmaninov, una musica wagneriana che non riesce a risolversi». Il pezzo si mostra adatto non solo per la struttura ma anche grazie al titolo: in “Betrayal” ci troviamo in un’isola, un luogo a sé, fuori dal tempo e dallo spazio, che segue regole proprie. E siamo circondati da morti (veri o immaginati), da personaggi senza nome, di cui non possiamo fidarci, perché inquadrature e montaggio spesso non mostrano dettagli importanti e ci lasciano nel dubbio: esiste davvero questa Lei che dice a Lui “mio marito mi tradisce con tua moglie”? E sta dicendo la verità?

Serebrennikov era a Venezia nel 2009 (sezione Orizzonti) come autore di uno degli episodi del film collettivo “Crush” (“Korotkoe zamykanie”), nel 2006 ha vinto il primo Festival di Roma con “Playing the Victim” (“Izobrazhaya zhertvu”) mentre “Yuriev den” (2008) è passato a Locarno, Pesaro e quest’estate a Taormina.

OneLouder

“Betrayal” non è il film giusto se si cerca una storia d’amore passionale a cui approcciarsi con empatia. La costruzione è troppo reticente, persino fredda nonostante la vicinanza alla carne dei personaggi.
Una storia di tradimento così straniata mette a disagio, il coinvolgimento non è immediato, le emozioni più semplici faticano ad emergere. “Betrayal” si svolge in uno spazio mentale, tocca l’intelletto perché non narra gli avvenimenti in modo logico ma rappresenta i pensieri, i sentimenti e le percezioni. Che non seguono mai strade chiare e comprensibili.

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