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La bolla dimenticata

Con questa “bolla” Soderbergh mette lo spettatore di fronte allo spaccato di un’ America spesso sconosciuta o dimenticata. Non l’America fatta di sorrisi, luci ed enormi agglomerati urbani, bensì quella fatta di piccole comunità la cui vita ruota ripetitivamente intorno ad un lavoro spesso alienante e malpagato, ma soprattutto privo di prospettive. Circondati dal nulla diventa quindi sottile la linea che separa il “lavorare per vivere” dal “vivere per lavorare” e, in virtù di ciò il regista racconta la quotidianità di due operai in una fabbrica di bambole, quella del giovane Jesse (Madison Wilkins) e quella di Martha (Debbie Doebereiner), la cui amicizia poggia le basi solo sulla ritualità delle brevi pause pranzo. L’assunzione di Rose (Misty Wilkins), giovane ragazza madre, della quale Jesse è attratto, spezzerà la ferrea routine, causando una crescente e malcelata gelosia da parte di Martha. La realtà sociologica che emerge è che anche le realtà più piccole sono sempre più forti di chi le compone.
Del film salta subito all’occhio la linearità e la semplicità, che non a caso vanno di pari passo con la vita dei protagonisti. I dettagli mostrati dal regista evidenziano una dimensione di generalizzata solitudine la cui unità di misura è la giornata stessa o al massimo quella seguente. La colonna sonora è anch’essa estremamente semplice, solo un accompagnamento con la chitarra acustica a scandire i cambi scena. La scelta di impiegare attori non professionisti, unita al montaggio scarno ed alle inquadrature fisse, dona al film sfumature tipiche del documentario.
Soderbegh si è proposto di raccontare la storia di un’ America di cui pochi si curano, e questa “bolla” è la prova che ci è riuscito davvero bene.

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