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Action d’autore

Giornali e TV in tutte le salse hanno strombazzato in questi giorni lo sbarco al Festival di Roma di Sylvester Stallone, dimenticandosi la cosa più importante per cui “Bullet to the Head” resterà nella storia del cinema: il ritorno alla regia dopo quasi dieci anni del maestro Walter Hill.

Stallone ha comunque dei meriti: è lui a scegliere Hill per dirigere il copione scritto dall’italiano Alessandro Camon, ormai affermato sceneggiatore hollywoodiano, cercando l’ennesimo rilancio in una carriera inappuntabile a livello commerciale seppur discutibile nei meriti artistici. L’operazione è felicemente riuscita, questo è un film davvero per tutti: lo spettatore appassionato di action si divertirà come un matto per le mirabolanti scene di combattimento e per le battute fulminanti messe in bocca a Sly, l’appassionato riconoscerà uno per uno gli stilemi classici del cinema di Hill.

Jimmy Bobo (Stallone) è un killer di professione, un uomo privo di scrupoli ma con un rigido codice personale. È costretto, suo malgrado, a collaborare con il detective Taylor Kwon per incastrare un boss della malavita di New Orleans che è deciso a eliminare entrambi. Per farlo si serve di Keegan (Jason Momoa), granitico e iperviolento sicario, di alcuni sbirri corrotti, di avvocati di grido, di tutti quelli che i suoi soldi possono comprare.

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Davvero difficile sviscerare in poche righe tutti i temi che Hill e Camon propongono in un semplice film d’azione. C’è il ritorno del buddy-cop movie praticamente inventato dal regista con “48 ore”, la strana coppia di amici/nemici insieme per una causa comune che da “Arma letale” in poi ebbe negli anni Ottanta e Novanta mille rifacimenti. C’è una scena di combattimento in una sauna coreografata come una danza di morte, un delirio di corpi maschili nudi e ipertatuati, che trasforma Sly in un emulo del grande Viggo Mortensen nel cronenberghiano “La promessa dell’assassino”. C’è perfino la denuncia sociale: il boss Morel guadagna milioni di dollari speculando sulle ristrutturazioni edilizie post/uragano Katrina.

Ma soprattutto Hill usa Stallone come memoria storica, a rappresentare il vecchio analogico superuomo reaganiano in contrapposizione al modo d’indagare tecnologicamente avanzato del suo giovane compagno. Non è mai stato così vecchio, stanco, fuori moda l’italian stallion; ma questa volta è davvero impossibile non stare dalla sua parte.

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