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I Titani del West

Con “C’era Una Volta Il West” il cinema di Leone diventa adulto. Il tono avventuroso lascia il posto allo sguardo lento e meditativo, i filibustieri ammiccanti della prima trilogia sfumano nei titani ormai fuori tempo che sbrigano le loro faccende con gli avversari e – soprattutto – col Tempo ben coscienti di essere una razza in estinzione. Non viene meno però il gusto iconoclasta: ne è prova la scelta antifrastica di affidare il ruolo del villain a Henry Fonda. L’uomo-attore dagli occhi azzurri che aveva incarnato sino ad allora tutti i più fieri ideali americani, diventa per Leone un assassino a sangue freddo, un machiavellico uomo d’affari con la pistola in pugno.

Tutto inizia e tutto finisce nelle stazioni. In una trama quasi statica portata avanti da personaggi che si muovono come alieni in un mondo che li sta espellendo, l’avanzare della ferrovia verso la cittadina in costruzione è la sineddoche della più tipica ossessione leoniana: il Tempo che scorre e cancella via tutto, la Modernità, il Cavallo d’acciaio destinato a brucare senza pietà gli spazi dei vecchi pistoleri del West.

Per raccontare questo “balletto di morte” il regista rinuncia alla concitazione e preferisce soffermarsi sui volti dei suoi antieroi omerici, cavalieri in un mondo senza guerra, pistoleri in un West che sconfina nella Modernità e si unisce all’Est delle leggi e della burocrazia. Il tempo di Armonica, Cheyenne e Frank sta finendo; ora è il tempo dei Morton, degli affaristi senza scrupoli che sostituiranno il denaro alla pistola: nel cinema di Leone il dollaro è l’arma più potente, capace di fermare anche le pallottole.

Interessato più all’atmosfera e al canto della fine, il regista porta alle estreme conseguenze la sua passione per gli stereotipi, rimpinzando il film di tutti i topoi del western: la piccola cittadina persa nel deserto in fase di costruzione, la donna minacciata dai banditi, il vendicatore solitario, l’affarista senza scrupoli che vorrebbe mangiarsi l’intera cittadina; il tutto mescolato con ascendenze europee che guardano al teatro tragico greco e ai poemi omerici, che trasformano i cowboy in solitarie divinità, scacciate dal loro Eden e costrette a vivere (e a morire) ai margini del Mondo.

I fili narrativi del film sono due e separati: da un lato Jill e la ferrovia, la fine del West e la nascita del matriarcato, dall’altro la resa dei conti tra i due uomini antichi. Frank è destinato a perdere non solo perché nulla può contro un desiderio di vendetta che in Armonica è ormai cellulare, ma anche perché s’è macchiato di corruzione, ha tentato di diventare Morton, l’affarista, comprendendo solo alla fine che il suo destino è unicamente quello di confrontarsi con Armonica. I due sono legati da un anello temporale, un flashback, usato in senso freudiano più che narrativo: il motivo della contesa emerge poco a poco nelle loro coscienze proprio come il ritorno del rimosso. Destino, Morte, Vendetta, Responsabilità. In “C’Era Una Volta Il West” l’intero spettro delle passioni umane e mitiche trovano il loro posto e la loro originalissima lettura.

OneLouder

Henry Fonda che fa il cattivo? Henry Fonda coi suoi occhioni azzurri che spara a un ragazzino? Henry Fonda, l’eroe lindo dell’America democratica che entra in scena facendo strage di una famiglia? Si può forse perdere un tale spettacolo? E come se non bastasse le giunoniche fattezze della Cardinale nelle vesti – discinte – di un’ex prostituta e un Bronson quando ancora faceva il giustiziere di giorno, sotto il sole cocente del West.

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