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Solo Dio non soffre

Epicuro professava che il dolore si può evitare. Noi, occidentali contemporanei, lo temiamo forse più della stessa morte, probabilmente perché scandisce il tempo in maniera terribilmente percettibile. “Caos Calmo” – tratto dall’omonimo Premio Strega del 2006 – ha come tema proprio il dolore, anche se un dolore immobile, che non si mostra. Protagonisti sono Pietro Paladini (Nanni Moretti), manager, e la figlia Claudia, privati all’improvviso, rispettivamente, della moglie e della madre. Pietro, accompagnando la figlia al primo giorno di scuola, decide di fermarsi ad aspettarla nei giardini pubblici davanti all’edificio. Qui, inconsapevolmente ma proprio come un Dio onnipotente, si crea, a partire dall’abitacolo dell’auto, un piccolo cosmo, completo di tutto: natura, cibo, persone. Dall’estate fino al Natale, saranno gli altri a raggiungerlo qui, ognuno con la propria storia: una gravidanza inaspettata, crisi, nevrosi e, soprattutto, una fusione internazionale tesa a creare la più grande azienda televisiva del pianeta. E, sullo sfondo, il concetto di Trinità cristiana, che governerebbe tutto. Non è un caso che ad interpretare il potentissimo magnate Steiner ci sia un dio – del cinema ma sempre un dio – che risponde al nome di Roman Polanski. Al centro di tutto c’è però Pietro e così anche Steiner è destinato a ruotarci attorno. Gli altri sono tutti comprimari, in fondo, anche se i nomi altisonanti del cast – Valeria Golino, Alessandro Gassman, Isabella Ferrari e Silvio Orlando – li rendono ugualmente rilevanti agli occhi dello spettatore. Intensissima l’interpretazione di Moretti, specie nell’unico, ma violentissimo, pianto che riesce a spezzare la sua calma apparente, così come nella tanto chiacchierata scena di sesso con la Ferrari. Per il resto, la pellicola si assesta su un livello medio-alto, con momenti di grande lirismo che forse, però, tradiscono in parte lo spirito del romanzo, molto più pulp. Ma si sa: il film è un’altra cosa. E dei brani dei Radiohead, essenziali nello svolgimento del libro, rimane soltanto una “Pyramid Song” di sottofondo…

Paolo Valentino (6/10)
[PAGEBREAK]Il risveglio dal lutto del cinema italiano

Un giorno d’estate un uomo salva una donna che sta annegando in mare, poi torna a casa e vede la moglie stesa a terra, morta. La figlia, Claudia, ha dieci anni e frequenta la quinta elementare. Lui, Pietro Paladini, dirigente di una Tv satellitare, l’accompagna il primo giorno di scuola e decide improvvisamente di aspettarla fino alla fine delle lezioni, seduto su di una panchina di fronte alle finestre della sua classe. È il suo modo di proteggerla. Anche il giorno seguente rimane lè, e così fino a quando cade la prima neve. Su quella panchina Pietro Palladini tenta di elaborare il lutto, ma si scontra con l’impossibilità di riuscire a provare dolore. Pietro è inspiegabilmente calmo, in attesa di un crollo che non arriva mai, come un fiume che non può straripare perché gli argini dell’autocontrollo lo tengono sotto scacco. Osserva il mondo da una panchina e scopre, a poco a poco, la disarmante semplicità del microcosmo nel quale si è inserito: una ragazza che ogni giorno porta a spasso il cane, e si pone come simbolo della Bellezza, che passa e non parla mai, così concreta eppure così ineffabile; una signora che passeggia col figlio down, la piazza che a poco a poco si popola dei genitori che vanno a prendere i figli a scuola, in una marcia silenziosa e gioiosa, illuminati da una luce quasi insostenibile per il cuore, trasmettendo un che di discreta e indefinibile sacralità. Una scena magistrale che commuove più di qualsiasi altra scena di dolore, forse inficiata soltanto dalle auto tirate a lucido (passi la BMW di Pietro-Moretti, ma le utilitarie…) che fanno un po’ effetto “The Sims”. La panchina diventa anche il centro di una mobilitazione di affetti, in cui parenti, amici e colleghi accorrono a consolarlo, ma poi la situazione si ribalta ed è Pietro a fare da spalla ai loro problemi. Il torpore in cui si trova Pietro viene scosso all’improvviso da una donna, la Ferrari, nella scena di sesso che ha destato un ossessivo quanto ingiustificato scalpore. È il ritorno alla vita, l’inizio della guarigione. Il primo passo verso una ritrovata serenità, nella lunga e intensa scena finale che segna la crescita della figlia di Pietro, la brava Blu Yoshimi.
Che effetto liberatorio tessere gli elogi del cinema italiano, che questa volta ha dato una lezione magistrale di riduzione da un romanzo, l’omonimo “Caos Calmo” di Sandro Veronesi, premio Strega 2006. Finalmente un tripudio di movimenti di macchina, dolly, steady-cam… ed una colonna sonora mai così empatica, che comprende la canzone inedita di Ivano Fossati, “L’Amore Trasparente”, scritta appositamente per i titoli di coda del film. “La sfida che ho raccolto con questo film è quella di restare insieme al protagonista per la maggior parte del tempo senza mai dare la sensazione di staticità”, afferma il regista, Antonello Grimaldi. Operazione più che riuscita. Con una macchina da presa fluida, alla ricerca di inquadrature espressive ma sempre “naturali”, Grimaldi riesce a raccontare “lo spaesamento di noi uomini moderni davanti all’impossibilità di elaborare un lutto, senza poter confidare né in una tradizione religiosa, né in una laica.”

Piera Boccacciaro (7/10)

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