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  • Capitalism: A Love Story

    Diretto da Michael Moore

    Data di uscita: 30-10-2009

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Anche gli amori più belli finiscono

Una storia d’amore che, dopo una luna di miele che ha portato automobili e case per tutti, ha volto alla tragedia, fino a far aspirare il popolo americano a divorziare da un capitalismo sempre più possessivo e schizzofrenico. Ottimo soggeto per un documentario attuale che vuole ripercorrere le tappe che hanno portato alla concretizzazione delle distopie del libero mercato e del consumismo sfrenato e privo di regole.

Queste le premesse di Capitalism: a love story, sesto documentario di Micheal Moore, da sempre attento e ironico critico delle contraddizioni americane, oltre che acerrimo nemico del cinico capitalismo socio-economico. Recuperando lo stile scarno e verista di Roger and Me e Bowling for Columbine Moore parte dalle conseguenze per spiegare le cause, alla ricerca di un rapporto empatico con il pubblico presenta i diseredati del nuovo millennio, stando ben attento a non oltrepassare la sottile linea del pietismo.

Narra la tragedia delle famiglie sfrattate a causa della crescita delle rate dei mutui, degli operai licenziati da multinazionali che perseguono il massimo profitto a breve termine e dell’1% della popolazione che posside il 95% delle ricchezze del paese. Risale poi alla cause del tutto: la sovrapposizione tra finanza e politica che nell’epoca Bush è degenerata fino all’evidente supremazia della prima sulla seconda, consentendo a soggetti che provengono da Wall Street di usare cariche pubbliche di altissimo livello per interessi privati.

Non solo pars destruens nel suo film, però. Rischiando di essere etichettato con il tremendo epiteto di “socialista”, suggerisce che un’altra economia è possibile, mostrando esempi virtuosi e dimostrando che il popolo americano è ancora in grado di essere artefice del proprio destino.
Pars Costruens che si completa con un vero e proprio appello rivolto ad un pubblico che non può più essere passivo: obiettivo esplicito è la promozione all’attivismo diffuso e della disobbedienza civile, visto che la critica attraverso i media, in quanto parte del mercato, può solo sollevare i problemi, non risolverli.

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