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Venezia 70, Scola racconta Fellini

Il maestro Ettore Scola omaggia il vecchio amico Federico Fellini con un oggetto cinematografico molto particolare, che non è pura finzione e non è solo documentario. Sarebbe stato facile creare un documentario convenzionale e affidarlo allo sterminato materiale di repertorio esistente sul regista riminese ma romano d’adozione fin dall’età di 19 anni. Scola sceglie un’altra strada.

Gli esordi di Fellini nella storica rivista satirica “Marc’Aurelio” e, più in generale, tutta la sua giovinezza sono ricostruiti meticolosamente e interpretati da un pugno di attori che fanno rivivere sullo schermo tutta la redazione di quel periodico, e sono nomi importanti: Age, Scarpelli, Steno, Marcello Marchesi, Vittorio Metz, Ruggero Maccari, il meglio dell’umorismo italiano, la banda che avrebbe poi in pratica creato dal nulla la commedia all’italiana.

L’ostentata finzione degli scenari e degli ambienti, le strade reali di Roma alternate alle ricostruzioni a colori o in bianco e nero immergono il tutto in un’atmosfera “felliniana”, qualunque cosa questo voglia dire (sul significato dell’aggettivo s’interroga anche Fellini in una riuscita sequenza). I documenti inediti ci sono comunque, il più particolare rimane senza dubbio la visione dei provini per Casanova (ruolo poi andato a Donald Sutherland) a Sordi, Tognazzi, Gassman, delle vere e proprie mini performance.

Scola fa da coprotagonista, da testimone, inserisce nell’aneddotica la genesi della ricostruzione della scena della Fontana di Trevi de “La dolce vita” del suo film “C’eravamo tanti amati”. Alla fine, sulle note di Nino Rota di “8 e ½”, in una carrellata d’immagini a tempo di musica, scende sulle gote del vostro recensore l’unica lacrima di questo Festival.

Che strano chiamarsi Federico” è una docufiction che guarda al passato ma riesce a inserire un paio di nuove battute che rimarranno nella memoria collettiva. Una serie disorganica di episodi, rimandi, citazioni, disarmonie temporali che presentano Fellini come tutt’altro che defunto, anzi nel pieno della sua esistenza artistica. Il finale preso da “Pinocchio” gioca con la nota fama di bugiardo di Fellini, mostrandolo inseguito da due carabinieri in alta uniforme mentre la gente piange al suo funerale. Un ritorno al cinema facile ma comunque molto buono dell’ormai anziano Scola, ultimo superstite di quella incredibile generazione di cineasti.

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