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De Palma saluta a modo suo

New York 1968: come raccontarla? Come stabilire quale fosse in quell’America dalle mille facce quella più autentica? A rispondere ci ha provato un De Palma che nel ’68 di anni ne aveva ventotto. Nasce così “Ciao America” (“Greetings”), suo secondo lungometraggio, in cui viene arruolato anche un esordiente Robert De Niro.

Attraverso le storie di tre amici e forte di un sarcasmo pungente, il regista mostra al pubblico la propria visione. Ne emerge uno spaccato tanto variegato quanto caotico.

Una società paranoica, confusa, afflitta da una curiosità morbosa e alle prese con una guerra che non vuole. Nonostante il film non sia esteticamente memorabile, va detto che il budget a disposizione era praticamente ridicolo e De Palma è stato un maestro nel sfruttare la cosa a suo vantaggio. Il montaggio fuori dagli schemi, l’interazione che il film cerca col suo pubblico unito ad una visione generalmente disillusa, fanno di “Ciao America” un film all’avangurdia, all’epoca, e quantomai attuale nei contenuti.

Nonostante sia stato in gara al Festival di Berlino nel ’69, uscendo con una nomination per l’Orso d’Oro e con in tasca un Orso D’Argento, la critica è sempre stata divisa nell’attribuirgli un giudizio definitivo, ma dopo quasi 40 anni la bilancia sembra propendere verso il pollice retto. Amato o odiato, una critica così divisa è spesso sintomo di un opera che lascia qualcosa dietro di se e il film, come accade per molti classici, merita di essere visto.

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